Narcisismo patologico: il problema fondamentale è l’autostima. Qual è l’atteggiamento migliore per affrontare il narcisista.

Nel video – articolo di oggi vado ad affrontare il problema principale del narcisismo patologico: l’autostima. Spiego inoltre qual è secondo me l’atteggiamento migliore per relazionarsi con un narcisista, sia che si tratti di un narcisista manipolatore che di una persona con tratti narcisistici.

SIGNIFICATO DI NARCISISMO

Ma qual è il significato di narcisismo? Possiamo definire il narcisismo come il bisogno inconscio di proteggere la propria autostima.

Partiamo con un piccolo ripasso: che cosa si intende per personalità narcisistica? Il narcisismo patologico è caratterizzato da tre principali aspetti:

1) grandiosità: consiste nel bisogno di sentirsi unici, speciali, inarrivabili, migliori, perfetti, non criticabili;

2) bisogno di ammirazione: chi ha una personalità narcisistica ha bisogno di sentire ammirazione provenire dallo sguardo altrui e di essere sempre al centro dell’attenzione;

3) mancanza di empatia: consiste nella difficoltà di mettersi nei panni degli altri e di capire l’effetto che hanno le proprie azioni e comportamenti, perché si è concentrati quasi esclusivamente sui propri bisogni, fino ad arrivare allo sfruttamento e alla manipolazione.

Narcisismo patologico
Narcisismo patologico

NARCISISMO PATOLOGICO: TIPI DI NARCISISMO

Esistono due principali tipi di narcisismo patologico: il narcisismo “overt” e il narcisismo “covert”. Andiamo ora a vedere più nel dettaglio i profili affetti da queste tipologie di narcisismo.

TIPI DI NARCISISMO: NARCISISMO OVERT

Il narcisista “overt” è quello apertamente grandioso, arrogante, sfruttatore, in modo visibile, palese, probabilmente il tipo di narcisista più diffuso e più facilmente riconoscibile.

TIPI DI NARCISISMO: NARCISISMO COVERT

Il narcisista “covert” (tradotto in italiano con “coperto”) si mostra apparentemente come una persona fragile, timida, introversa, bisognosa, ma in realtà con una frequentazione più assidua e attenta, si ci accorge che la persona affetta dal narcisismo covert è focalizzata principalmente sui propri bisogni, scarsamente empatica, e tende spesso ad assumere il ruolo della vittima, manipolando gli altri al fine di ottenere da loro attenzioni e la soddisfazione dei propri bisogni, sfruttando spesso il ricatto emotivo e il senso di colpa.

Il narcisismo covert è spesso più difficile da individuare perché più subdolo, nascosto da un apparente atteggiamento dimesso; si “aggancia” a livello relazionale soprattutto a persone che hanno un forte bisogno di occuparsi degli altri, perché si sentono facilmente in colpa se non lo fanno (la così detta “sindrome dell’infermiera/e”) e facendosi vampirizzare, manipolare, arrivando a strutturare rapporti di dipendenza emotiva con il narcisista.

NARCISISMO PATOLOGICO: CAUSE

Freud e la psicoanalisi ci hanno insegnato che la personalità narcisistica ha un problema fondamentale: la scarsa autostima. La lotta principale che il narcisista si trova ad affrontare ogni giorno è una sola: mantenere in piedi la propria autostima, intesa come l’insieme di giudizi che ognuno di noi ha riguardo sé stesso.

Tutto ciò può suonare strano perché i narcisisti spesso, soprattutto i narcisisti overt, si mostrano spavaldi e arroganti. In realtà questo è una tecnica che utilizzano per proteggersi dalla possibilità di sentirsi sbagliati e inadeguati, inferiori, deboli, di essere rifiutati.

NARCISISMO PATOLOGICO: MONDO ESTERNO E VERGOGNA

Il problema non è tanto il rapporto con sé stessi o con i propri valori e nemmeno una eccessiva severità con sé stessi, ma si tratta di un problema con il mondo esterno, cioè su come gli altri possono giudicarlo.

Infatti, per i narcisisti non si parla di senso di colpa ma di vergogna. Cosa significa esattamente provare senso di vergogna? Il narcisista teme il giudizio dell’altro su di lui e non il giudizio di sé stesso dato da sè stesso, che genera invece senso di colpa nelle persone normalmente nevrotiche, che sono fortunatamente ancora la maggioranza.

Ecco perché le persone con un’organizzazione di personalità narcisistica in psicoterapia raccontano di un loro senso di vuoto interiore, perché è tutto spostato verso l’esterno, verso l’approvazione, mentre in chi soffre ad esempio di ansia di origine nevrotica il problema sta nell’eccessiva severità che rivolgono verso sé stessi.

NARCISISMO PATOLOGICO: IL DRAMMA DEL FALSO SE

Il dramma del narcisista è che ha imparato sin da piccolo che è fondamentale apparire infallibile, perfetto, forte, speciale, non mostrare mai un segno di debolezza. Quindi sin da piccolo il narcisista si è trovato a dover apparire, anche se questo significa mostrarsi completamente diversi da come si è in realtà.

In psicologia si dice che ha sviluppato un “falso Se”, cioè una sorta di maschera che è stato costretto ad indossare per essere stimato, apprezzato e accettato, soprattutto dalla sua famiglia di origine.

I bambini destinati a diventare narcisisti hanno, in realtà, una triste storia familiare dove non sono stati incoraggiati ad esprimere liberamente se stessi e a realizzare i propri desideri e bisogni, ma sono stati spinti in modo più o meno diretto a identificarsi con le aspettative familiari, a soddisfare i bisogni emotivi dei genitori, sopprimendo man mano il proprio “vero Se”.

Questo è valido per ogni persona: per crescere in modo sereno e diventare un adulto felice, è necessario che da bambino qualcuno lo aiuti davvero a capire chi è ed a trovare la strada giusta per potersi esprimersi liberamente, senza sentirsi obbligato ad apparire.

FREUD E IL NARCISISMO

Ricordiamoci comunque, come Freud ci ha insegnato, che in realtà tutti noi possediamo una quota più o meno piccola di narcisismo ed è importante averla, perché contribuisce alla cura della presentazione di noi stessi su come ci presentiamo al mondo esterno.

Il narcisista patologico in realtà soffre e soffre tanto. Lui stesso è una vittima del narcisismo. Infatti, non si nasce narcisisti ma si viene allevati in questo modo dalla famiglia di origine e dalla società.

Ovviamente dobbiamo difenderci dalle manipolazioni che spesso il narcisista mette in atto per raggirarci facendoci fare quello che vuole e salvare così la sua autostima, ma dobbiamo anche capire che è sbagliato dividere il mondo tra buoni e cattivi perché questo atteggiamento porta solo a divisioni e conflitti senza senso.

È importante capire qualcuno e i suoi errori, senza per forza giustificarlo; ma capire ci aiuta a non riempirci di rabbia quando subiamo o abbiamo subito dei maltrattamenti da un narcisista e ci porta a superare in maniera più facile e veloce queste situazioni. La rabbia ci tiene legati al passato e all’illusione di poter cambiare qualcuno che non vuole o non sa cambiare; invece è importante utilizzare la rabbia per trasformarla in assertività ed energia per realizzarci nella vita.

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Musicoterapia: quando diventa psicoterapia?

Ciao! Nel video-articolo di oggi ti descrivo come è possibile utilizzare la musicoterapia per farla diventare una vera e propria psicoterapia (solo nel momento in cui a condurre un’attività di questo tipo è uno psicologo psicoterapeuta).

Musicoterapia: come diventa psicoterapia?

Introduzione

Nel mio canale puoi trovare una playlist dedicata alla musicoterapia. Chi mi segue da un po’ sa che nel mio lavoro di psicoterapeuta spesso integro anche l’utilizzo della musicoterapia. Potete trovare tutta una serie di video su una playlist apposita, dove spiego in cosa consiste la musicoterapia e quali sono le diverse tipologie di musicoterapia.

Musicoterapia: che cos’è?

La musicoterapia è un insieme di teorie e tecniche finalizzate ad utilizzare la musica per promuovere effetti benefici, curativi e terapeutici.

Ricordo qui brevemente che esistono due tipi di musicoterapia: esiste la musicoterapia attiva che utilizza strumenti musicali che non richiedono una formazione musicale specifica come metallofoni, xilofoni, cordofoni, ma che possono essere suonati in maniera spontanea, istintiva.

Invece la musicoterapia recettiva si basa sull’ascolto di musica preregistrata, e si va poi a lavorare sugli effetti che questa musica ha sulla psiche a livello di immagini, di sensazioni, di emozioni o ricordi.

In questo video-articolo mi concentrerò maggiormente sugli effetti terapeutici della musicoterapia. Quindi come fa la musicoterapia a diventare terapeutica?

Musicoterapia e psicoterapia

Le cose che ti racconterò in questo video-articolo riguardano molto il mio personale modo di approcciarmi alla musicoterapia, e soprattutto pesa il fatto che io ho anche una formazione da psicologo e psicoterapeuta.

Nel mio lavoro utilizzo la musicoterapia appunto in senso psicoterapeutico. Nei prossimi paragrafi ti descriverò i principali elementi che, se bene utilizzati, possono trasformare un’attività di musicoterapia in una vera e propria psicoterapia.

1) Conoscere la storia di vita

Il primo elemento essenziale è quello di conoscere la storia, sia umana che clinica, della persona che chiede un aiuto. Ciò permette di capire bene come è organizzata la sua psiche, quali sono i suoi meccanismi di difesa, qual è il “mondo” da cui proviene.

E’ così possibile costruire un intervento su quella persona, un intervento personalizzato e non un protocollo uguale per tutti.

E’ molto utile svolgere un’anamnesi sonoro musicale chiedendo quali sono i generi musicali che preferisce, qual è la musica che di solto ascolta durante la sua giornata o che musica ascolta in base ai momenti della giornata e soprattutto che effetto ha questa musica su corpo e la mente.

Si cerca anche di capire se conosce la musica, se suona qualche strumento musicale, se ha una formazione musicale, anche se per fare un’attività di musicoterapia non è assolutamente necessario avere delle competenze musicali e saper suonare uno strumento.

Infatti la musicoterapia ha come finalità principale quella di aprire canali di comunicazione e sviluppare la creatività e la spontaneità.

Come conduttore è importante avere delle conoscenze di psicopatologia, per cercare di capire quella persona com’ è organizzata a livello psichico. Già questo aspetto diventa terapeutico perché permette alla persona di conoscere maggiormente se stesso/se stessa, di avere una maggiore consapevolezza.

Questa prima fase di conoscenza, se fatta bene, ha sicuramente un impatto trasformativo perché diventa autoconsapevolezza, e la conoscenza di sé è l’aspetto principale per poter poi fare dei cambiamenti nella propria vita o comunque per raggiungere un maggior benessere.

Entro ora nello specifico della musicoterapia attiva e recettiva per descrivere quali sono gli aspetti terapeutici.

2) La musicoterapia attiva

Nella musicoterapia attiva è importante cercare di capire che tipo di strumenti sceglie la persona durante la sessione di musicoterapia; come utilizza questi strumenti? Anche osservare questo aspetto è importante, osservare in che modo la persona si relaziona con questi strumenti e con gli altri elementi del gruppo (se si sta facendo un’attività gruppale) oppure con il conduttore.

In base a queste osservazioni si possono scegliere e proporre attività diverse.

Se ad esempio una persona tende molto al ritiro sociale magari perché è molto timida, per agire terapeuticamente potrò cercare di dialogare maggiormente con questa persona attraverso un altro strumento musicale durante un’improvvisazione, oppure potrei incoraggiarla, se tende ad isolarsi ad esempio in un gruppo, a entrare maggiormente nel gruppo e dialogare a livello musicale con gli altri.

Spesso è fondamentale cercare di introdurre delle variazioni. Quindi fargli vedere un modo diverso per poter entrare in relazione in modo più funzionale.

Un’ altra tecnica che spesso viene utilizzata è il rispecchiamento, cioè si suona insieme e il conduttore riproduce i suoni, i ritmi, i volumi che la persona sta utilizzando, come se fosse di fronte ad uno specchio, per favorire l’ autoconsapevolezza.

3) La musicoterapia recettiva

Per quanto concerne la musicoterapia recettiva di solito si fa un lavoro di conoscenza dei vari generi musicali, quindi si cerca di esplorare col il soggetto i vari tipi di strumenti musicali, vari tipi di melodie, di arrangiamenti e di stili anche per vedere che effetto hanno sulla persona.

E’ importante osservare come ciascuno si relaziona con i brani musicali ascoltati, quali brani musicali sceglie a seconda del periodo specifico della propria vita, che effetto hanno su di sé. Come terapeuti si può intervenire proponendo dei brani musicali che possono avere un effetto curativo in quel momento.

Infatti il musicoterapeuta formato nel metodo recettivo sa quali effetti hanno diversi tipi di suoni e frequenze sulla psiche e sul corpo.

Se una persona ha bisogno di sollevare il proprio umore si cerca di utilizzare dei brani che abbiano questo tipo di funzione. Oppure se una persona ha bisogno di “sciogliersi” rispetto alla relazione, di entrare maggiormente in relazione, allora si cerca di utilizzare brani dove c’è questa componente relazionale; ad esempio utilizzando brani musicali dove ci sono più strumenti musicali che dialogano tra di loro.

Spesso si cerca di perturbare un po’ l’equilibrio di quella persona, se ci si rende conto che è un equilibrio malsano. Si cerca insomma di portarlo fuori dalla cosiddetta “zona di confort”, soprattutto se è fonte di sofferenza.

4) La musicoterapia e le difese della razionalità

Volevo ancora sottolineare un aspetto: una delle grandi potenzialità che ha la musicoterapia è che “bypassa” il controllo del linguaggio verbale, della razionalità. Spesso ci sono persone che a livello razionale non riescono a modificare aspetti della propria psiche perché troppo difesi dalla razionalità. Invece i mediatori artistici, tra cui appunto la musica, hanno questo enorme potere di riuscire a superare queste barriere, queste difese e arrivare su dei nuclei più autentici.

La musica arriva in maniera meno mediata, più diretta, sull’emotività permettendo un’espressione più naturale e autentica di ciò che ognuno di noi è.

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Senso di colpa: come gestirlo (Video n.1)

Ciao a tutti! In questo video articolo torno a parlare di senso di colpa, vi spiegherò in cosa consiste, come distinguerlo dalla vergogna, quando è sano sentirsi in colpa e quando diventa malsano e dannoso per la nostra salute mentale e fisica.

Differenza tra senso di colpa e vergona

Voglio iniziare cercando di distinguere tra senso di colpa e vergogna; infatti a volte vengono confusi ma sono due cose ben diverse.  

Senso di colpa

Vergogna: che cos’ è?

La vergogna è una sensazione spiacevole, un turbamento interiore accompagnato da emozioni come tristezza e paura, che sperimentiamo quando abbiamo infranto una regola morale o sociale e siamo stati scoperti; ad esempio potrei provare vergogna nel dire al mio vicino di casa che ho perso il lavoro. Infatti si può dire che la vergogna ha una natura più narcisistica perché ha a che fare con lo sguardo degli altri.

Senso di colpa: sintomi

Il senso di colpa mi manifesta sempre con un turbamento interiore più o meno profondo, con sensazioni spiacevoli ed emozioni come paura, rabbia, tristezza derivate da un atto mancato o compiuto che ci fa sentire di aver violato una nostra regola etica o morale e si manifesta anche se nessuno ci vede o sa di questa violazione (ad esempio se vado molto veloce in macchina e provoco un incidente attraversando un incrocio con il semaforo rosso, mi sentirò in colpa). Il senso di colpa genera sensazioni e pensieri di rimorso, rimpianto che creano una tensione interna. Si possono associare sintomi come mal di testa, dolori allo stomaco, ansia, insonnia. In casi più estremi può portare a forme di autopunizione.

Ci sentiamo invasi da una sensazione spiacevole e rivolgiamo verso di noi accuse e giudizi severi che ci fanno stare male; Se il senso di colpa è molto intenso ci sentiamo totalmente invasi da quelle sensazioni, immersi, sovrastati, schiacciati, il pensiero torna sempre su quell’evento o situazione che ci tortura.

Senso di colpa sano

Ma il senso di colpa è sempre inutile o patologico? No, infatti per poter vivere in società abbiamo bisogno di condividere delle regole morali, che ci permettono di mantenere un certo ordine e evitare quindi il caos.

Il fatto di possedere dentro di noi delle regole che ci sono state insegnate dalla nostra famiglia e dalla società in cui viviamo ci permette di regolare il nostro comportamento e le relazioni. Se ad esempio, nell’esempio che ho fatto prima, ho causato un incidente con la mia macchina infrangendo delle regole del codice stradale è giusto che io provi un senso di colpa e che quindi intervenga per aiutare o rimediare quando è possibile.

Esiste quindi un senso di colpa sano che funziona come un autoregolatore interno; in questo caso sarebbe più giusto parlare di senso di responsabilità. Infatti nella nostra cultura il termine colpa si è intriso di un significato più generale e spirituale che deriva anche dai valori religiosi soprattutto di origine cattolica. In alcune persone infrangere una regola morale viene spesso associata alla punizione divina o comunque ad una profonda sensazione di essere sbagliati come persone, quindi di un giudizio negativo verso noi stessi che diventa globale.

Dall’altra parte anche l’assenza totale di senso di colpa diventa quindi un indicatore di malessere psicologico.

Senso di colpa patologico

Ma invece quando il senso di colpa può diventare eccessivo e patologico? Se nel soggetto c’è una eccessiva tendenza a responsabilizzarsi per ciò che accade fuori di lui o per le emozioni che prova o i pensieri che pensa  si può parlare di senso di colpa patologico.

La persona in questione sarà continuamente tormentata da rimorsi, ansia, pensieri ossessivi e intrusivi perché tenderà ad esagerare il proprio ruolo e responsabilità in quello che gli accade, fuori e dentro di lui o lei. Non riuscirà quindi più a distinguere il sano egoismo dal comportamento etico e morale sbagliato. Inoltre questo meccanismo di colpevolizzazione avverrà in modo automatico, inconscio, cioè al di la della volontà del soggetto.

Alcune persone si sentono in colpa in modo intenso e duraturo anche solo per aver pensato o desiderato qualcosa che ritengono moralmente sbagliato; questo è indice di una rigidità nella parte inconscia della nostra mente dove sono contenute le varie regole morali e insegnamenti ricevuti nell’infanzia e da ognuno di noi poi interiorizzati; Freud ha definito questa struttura il super io; ecco quando il super io è troppo rigido  è come se dentro di noi ci fosse un giudice molto severo e pronto a puntarci il dito e punirci.

Come nascono i sensi di colpa?

Ma da dove arriva questa tendenza a sentirsi eccessivamente responsabili? L’origine è sempre da ricercarsi nell’infanzia e nelle relazioni con i genitori o le principali figure di accudimento.

Provo a fare un esempio: se  da bambino sono stato giudicato, colpevolizzato ogni volta che mi allontanavo da mia madre per esplorare in modo sano e legittimo l’ambiente ecco che da adulto potrei sentirmi in colpa quando cerco la mia autonomia.

Oppure se da piccolo mi sono convinto che dovevo essere io con i miei comportamenti a rendere felici mamma e papà ecco che da adulto potrei  avere difficoltà a dire di no in modo sano alle richieste eccessive di aiuto che mi potranno arrivare, tendendo sempre a sacrificare i miei bisogni per quelli degli altri.

In psicoterapia si ripercorrono le relazioni familiari, le dinamiche, cioè il modo in cui si comunicava e le aspettative che abbiamo avvertito su di noi fin da bambini per capire da dove nascono i sensi di colpa patologici.

Come dicevo prima, fino ad un certo livello è sano e giusto che proviamo sensi di colpa. I

l problema è quando questa sensazione diventa pervasiva e ci condiziona eccessivamente la vita fino a auto-sabotarci e a privarci di esperienze positive perché non riusciamo a sviluppare il sano egoismo che è essenziale per essere felici.  

Solo quindi ripercorrendo in psicoterapia le varie epoche della nostra vita potremo diventare coscienti di come ci siamo formati delle credenze su noi stessi e sul mondo che diventano patogene, e di come in modo inconscio hanno spesso governato la nostra vita. Impareremo inoltre ad accettarci pienamente per quello che siamo e per i nostri bisogni imparando a distinguerli da quelli che ci sono stati imposti dalla famiglia o dalla società, diventando quindi più liberi.

Primo esercizio: come ridurre il senso di colpa “nevrotico”

Un primo esercizio che tutti possiamo fare e quello di prendere per un attimo distanza dai nostri sensi di colpa per capire se sono ragionevoli o meno; proviamo a scrivere ciò che ci tormenta e proviamo poi a rileggerlo come se a raccontarlo fosse un nostro amico, quindi cercando di operare un distacco emotivo. Ora chiediamoci se quelle parole scritte ci fanno lo stesso effetto. Se ce le raccontasse un nostro amico ci sentiremmo di condannare totalmente quella persona? Qual è il reale ruolo che il nostro amico ha in quello che ci racconta? E’ veramente e unicamente sua responsabilità ciò che è successo?

Conclusioni

Senso di colpa e vergogna sono due sensazioni differenti. Esiste un senso di colpa sano e uno patologico. In psicoterapia si comprende l’origine del senso di colpa e come ci condiziona nella vita di tutti i giorni; questo ci permette di sentirci finalmente più liberi e felici.

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Narcisista covert: come affrontarlo con assertività. Consigli pratici.

Introduzione

Narcisista covert : come affrontarlo con assertività. Consigli pratici. Ciao! Nel video – articolo di oggi ti parlerò di una tipologia specifica di Narcisismo, il narcisismo covert. Ti spiegherò quali sono le principali caratteristiche di questo tipo di narcisismo e come affrontarlo.

Narcisista covert

Siamo abituati a pensare al narcisista, uomo o donna che sia, come ad una persona piena di sé, arrogante, grandiosa nei modi e nelle espressioni, sempre pronta a glorificare se stesso e le proprie imprese. E’ estroverso e ama stare al centro della scena. Vuole essere ammirato, adorato, ha un eccessivo bisogno di ammirazione e mancanza di empatia. Questa tipologia più classica, viene definita narcisismo “overt”.

Ma esiste anche una tipologia di narcisismo viene definita “covert”, (termine inglese che significa nascosto), che si comporta in maniera opposta, cioè appare timido, riservato, introverso. Ha molta paura del giudizio e del rifiuto  per questo spesso evita le relazioni sociali. Come ho spiegato in un video precedente in entrambe le tipologie di narcisismo c’è sempre un’ autostima fragile, solo che nel modello più classico viene coperta con questo atteggiamento grandioso, mentre nel covert il soggetto cerca di evitare tutte quelle situazioni dove la sua autostima potrebbe essere in pericolo.

Patisce molto la critica e cerca di evitare ogni tipo di confronto con l’altro, è alla ricerca costante di approvazione e di sentirsi unico e speciale. Se non riceve l’attenzione che pretende può diventare anche molto aggressivo, anche se a volte lo fa in modo passivo, attraverso il silenzio e il broncio. Anche qui sono presenti fantasie di grandiosità, solo che sono nascoste da un atteggiamento apparentemente umile timido, modesto. Riferisce di provare molta ansia e a volte sono presenti episodi di attacchi di panico.

Narcisista covert nelle relazioni

Spesso si presentano come artisti sensibili o intellettuali. Se si osservano bene nei rapporti in realtà spesso sfruttano gli altri, con un atteggiamento passivo, bisognoso dove in realtà l’altro viene manipolato attraverso il senso di colpa.

Nella relazioni poco alla volta si apre all’altro, ma si presenta come sfortunata, sofferente, per spingere e manipolare l’altro. Utilizza molto il vittimismo per spingere gli altri a fare quello che vuole lui o lei. E’ molto cetrato in realtà su di sé e suoi suoi bisogni e dimostra scarsa empatia. Infatti se l’altro fa delle richieste il narcisista covert in realtà si rifiuta colpevolizzandolo ulteriormente poiché è lui quello bisognoso.

Narcisista covert: come affrontarlo?

Come affrontare il narcisista covert? Anche in questo caso l’assertività ci viene in aiuto! Ecco alcuni consigli pratici:

  1. Come ho spiegato nei diversi video che troverete nella playlist dedicata all’assertività, dobbiamo sempre stare molto attenti a non farci manipolare dai sensi di colpa. Questi individui spesso utilizzano il senso di colpa per poterci controllare e mantenere legati al loro; ricordiamoci che la colpevolizzazzione può essere utilizzata sia in modo diretto facendoci delle accuse oppure indiretto facendoci sentirci in colpa attraverso il vittimismo.
  2. Diffidiamo di chi non è capace di riconoscere anche il proprio ruolo e le proprie responsabilità nelle cose che gli capitano nella vita. Infatti può capitare che all’inizio di un rapporto qualcuno ci faccia tenerezza quando ci racconta delle proprie sventure e ci può venire voglia di aiutarla. Ma ci dobbiamo sempre chiedere: questa persona cerca attivamente di portare dei cambiamenti nella propria vita? Questa persona cerca di chiedersi in che modo ha contribuito a trovarsi nelle situazioni di difficoltà che ci racconta?
  3. Ricordiamoci che nei rapporti è fondamentale la reciprocità: dobbiamo dare quanto riceviamo e ricevere almeno quanto diamo.

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Fiducia in se stessi: come aumentarla.

Introduzione

Fiducia in se stessi. Come svilupparla? In questo video – articolo ti voglio parlare di un argomento strettamente correlato all’ autostima e cioè la fiducia in se stessi. Ti descriverò in cosa consiste e da dove nasce. Lo sapevi che l’atteggiamento che hai verso te stesso/a è più importante del saper fare praticamente qualcosa? Vedremo come alcune persone hanno dei sensi di colpa inconsci che non gli permettono di sviluppare una sana fiducia in se stessi. Al termine del video – articolo troverete quattro consigli pratici che possono essere utili in questo caso.

Fiducia in se stessi e atteggiamento mentale

Se ci pensiamo bene, l’atteggiamento mentale che mettiamo prima di fare qualcosa e più importante della cosa in se da fare…  le convinzioni consce o inconsce che abbiamo su di noi sono più importanti del fatto di saper fare realmente.

Vi faccio un esempio molto banalmente: se io non ho la fiducia di poter piantare un chiodo nel muro non avendolo mai fatto non mi ci metterò nemmeno, se invece dentro di me c’è come una vocina che mi rassicura e mi dice che posso farcela allora mi metterò a farlo, magari sbaglierò, farò un lavoro impreciso ma lo porterò a termine.

Quella vocina è spesso il frutto dell’educazione che ho avuto e delle esperienze di successi o fallimenti che ho accumulato nella mia vita! Quindi quello che pensiamo di noi stessi è in realtà più importante di tutto il resto, perché poi la pratica arriva!!

La fiducia in se stessi è innata o si costruisce?

La fiducia in se stessi non è qualcosa che ci viene data alla nascita ma fondamentalmente si costruisce e sicuramente le prime esperienze infantili, gli esempi che abbiamo visto in casa sono molto importanti; tutti noi quindi riceviamo in eredità un certo grado di fiducia in noi stessi e nelle nostre capacità, ma la buona notizia è che possiamo migliorarla.

Nel video descrivo il ruolo che hanno le profezie autorealizzanti e come ci possono aiutare o mettere in difficoltà! Infatti se siamo convinti che una certa cosa andrà male allora senza accorgercene metteremo in campo un atteggiamento che la farà andare male! Questa non è magia, alcuni la chiamano la legge dell’attrazione, ma in realtà è un meccanismo psicologico ormai bene conosciuto e studiato.

Ma perché succede tutto questo? Alcune volte l’ostacolo principale allo sviluppo di una buona fiducia in se stessi è lo scoraggiamento che spesso arriva dall’aver fallito in qualcosa. Altre persone hanno poco fiducia in sé per ragioni legate alla propria vita infantili; la ricerca psicologica ha capito che (a causa di una serie di traumi infantili) a livello inconscio molti si sentono in colpa nel tentativo di raggiungere i propri scopi e obiettivi e per questo mettono in piedi una serie di atteggiamenti inconsci per auto-sabotarsi. In questo senso la psicoterapia può essere molto utile per individuare quali sono questi freni emotivi e credenze inconsce che ci ostacolano.

Fiducia in se stessi: 4 consigli pratici per aumentarla.

Al termine del video troverete 4 consigli pratici per aumentare la fiducia in se stessi (guarda il video per la spiegazione):

 1) cerca un mentore:

confrontati con chi ha già raggiunto l’obiettivo che vuoi raggiungere per sapere quali sono stati i passi che ha dovuto fare; spesso non lo facciamo perché pensiamo che non avranno voglia di farlo o che daremo fastidio ma in realtà le persone in media hanno voglia di raccontare come hanno fatto a raggiungere la loro meta.

2) cerca di visualizzare te stesso con il risultato già ottenuto:

visualizza te stesso come se fossi già arrivato alla tua meta, come ti comporteresti? Come ti sentiresti?

3) ragionare per piccoli obiettivi facilmente raggiungibili:

prova a suddividere gli obiettivi più grandi in piccoli obiettivi più facilmente raggiungibili e che ti mettono meno ansia.

4) rivolgiti ad uno psicologo psicoterapeuta:

può essere utile decidere di farsi aiutare con una psicoterapia per capire quali specifiche esperienze del passato ancora ti condizionano, quali credenze o sensi di colpa inconsci ti bloccano dalla possibilità di realizzare in pieno il tuo potenziale.

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Narcisismo e autostima fragile

Introduzione

Narcisismo e autostima fragile. Ciao a tutti, questo articolo e video fa parte della playlist che sto realizzando sull’autostima. Se ti sei perso i video precedenti ti lascio qui il link alla playlist che sto realizzando sul mio canale youtube. Mi raccomando iscriviti al canale e attiva la campanella per rimanere sempre aggiornato sui video che pubblico.

Narcisismo

Narcisismo e autostima

 Come ho accennato nello scorso video una forma di autostima malsana è il narcisismo. Si sente spesso parlare male del narcisismo e dei narcisisti. Certo può essere difficile convivere con una persona narcisista, sia nella vita privata che a lavoro.

Ma come cercherò di spiegare in questo video in realtà la persona narcisista è a sua volta una persona a cui manca un sano equilibrio psicologico, spesso nata in una famiglia che non ha saputo svolgere in modo corretto il ruolo educativo e che da adulto spesso soffrirà oltre che arrecare sofferenze.

Certamente non voglio giustificare chi crea problemi e sofferenze agli altri, ma è necessario comprendere come nasce il narcisismo per non cadere banalmente in una distinzione tra buoni e cattivi. Inoltre comprendere ci aiuta a superare e affrontare anche questa tipologia di persone.

Narcisismo: caratteristiche principali

Bene, chiarito questo vediamo quali sono le caratteristiche del narcisismo.

Esistono due tipi di narcisismo. Nel primo, quello più classico, possiamo osservare 3 tratti caratteristici: la grandiosità (nel senso di sentirsi grandiosi, superiori agli altri), la mancanza di empatia (incapacità di sintonizzarsi con i bisogni e le  emozioni degli altri) e un bisogno intenso, eccessivo di ammirazione. Naturalmente queste 3 componenti possono essere presenti in dimensioni diverse a seconda della persona.

Il secondo tipo di narcisismo viene definito  “covert” (nascosto): in questo caso il soggetto è ipersensibile alle critiche e totalmente concentrato al di fuori di se; osserva l’altro per valutare come viene visto, giudicato e si offende molto facilmente. Tutti noi possediamo un certo grado di amore per noi stessi ed è sano che sia così; possiamo dire che fino ad un certo grado esiste un narcisismo sano! Diventa patologico quando la capacità di amare e di entrare in empatia con gli altri salta, è l’altro diventa solo un oggetto “usato” per soddisfare i propri bisogni.

Quindi in entrambe le tipologie di narcisismo che vi ho presentato il problema è sempre l’autostima; infatti questi soggetti lottano per cercare di mantenere in piedi la stima di se stessi. Il primo cerca di stupire e impressionare mentre il secondo cerca di evitare le situazioni dove può sembrare vulnerabile e studia come può apparire agli altri.

Come si diventa narcisisti

Ma come mai il narcisista si comporta così? E’ dovuto al rapporto con i genitori, alle esperienze infantili oppure si nasce con questi tratti e quindi è una questione genetica? La ricerca non ha saputo ancora rispondere in modo chiaro a questa domanda, probabilmente è un insieme di tutti questi fattori combinati.

L’esperienza clinica con questi pazienti ci ha insegnato che spesso sono nati in famiglie dove veniva chiesto loro (a volte in modo diretto altre volte in modo indiretto) di adeguarsi alle aspettative (spesso perfezionistiche) e ai bisogni dei genitori,  non ricevendo stima e affetto per quello che erano realmente, quindi una famiglia dove è mancata una reale empatia e ascolto e una gestione corretta della relazione. Oppure a volte nascono in famiglie troppo indulgenti, che hanno riempito i figli di complimenti e attenzioni che poi loro non ritrovano nel mondo esterno.

Conclusioni

Quello che è importante capire è che le persone con una personalità o solamente dei tratti narcisistici hanno un’autostima molto fragile e cercano in tutti i modi di evitare situazioni dove sentono che sia messo in discussione il loro valore, e possono farlo con la grandiosità e l’aggressività oppure con una estrema timidezza e ritiro dalla società.

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Autostima: come si forma e quando è sana

Autostima come si forma e quando è sana. Oggi voglio cercare di rispondere a questa domanda: come si forma l’autostima? Cos’è che crea un’autostima alta o bassa? Come avere un’autostima sana?

Che cos’è l’autostima

L’autostima è l’atteggiamento che ognuno di noi ha nei confronti di se stesso. Questo atteggiamento è il risultato delle credenze e opinioni che si hanno verso se stessi  e quindi di conseguenza delle emozioni che proviamo verso di noi ( affetto, indifferenza, ostilità) e dei comportamenti che agiamo verso di noi ( ad esempio se ci trattiamo con rispetto o meno). Quindi sono fondamentali le credenze su di noi, tutto parte da lì.

Come si forma l’autostima: il ruolo delle credenze

Nella vita tendiamo ad accumulare credenze e schemi su di noi e sul mondo; la tendenza a formarsi degli schemi è assolutamente normale ed è in realtà una preziosa risorsa che ci ha donato la natura per sopravvivere.

Avere delle credenze ci permette di analizzare in modo più veloce quello che ci sta capitando, fare una valutazione e decidere.

Tra le varie credenze e pregiudizi che man mano ci formiamo nella vita ci sono anche quelle riguardanti noi stessi  e la nostra autovalutazione. Questo è fondamentale perché ci permette di stabilire se siamo in grado o meno di fare qualcosa e di avere successo in una attività… se penso di saltare da un cornicione ad un altro di due palazzi vicini è importante che abbia una chiara e precisa valutazione sulle mie capacità di saltare.. se so di non avere una simile capacità di salto allora deciderò di non farlo e magari scenderò dal cornicione e entrerò nell’altro palazzo dalla porta d’ingresso!

Il problema è quando le credenze su di noi non sono realistiche , cioè se ci sopravvalutiamo o se ci svalutiamo! Se io non credo nella possibilità di poter cambiare lavoro e trovarne uno che mi piaccia di più non mi metterò alla ricerca oppure non cercherò di migliorare le mie competenze magari facendo dei corsi…

Difficoltà di modificare una credenza

Ci sono due problemi legati alle credenze. Il primo è che sono difficili da modificare, infatti al nostro cervello in realtà non piace molto cambiare perché ciò richiede un forte dispendio di energia; quando un pensiero è automatico (inconscio) spende pochissima energia. L’altro problema collegato al primo è che istintivamente cerchiamo conferme alle nostre credenze e arriviamo a distorcere la realtà o comunque a leggerla a favore di queste credenze.

Le credenze e le valutazioni su noi stessi che diventano nostre  sono quelle che vengono rinforzate e sottolineate e a cui viene data più attenzione a partire dall’infanzia: quindi spesso alla base della bassa autostima c’è stata ad esempio un’educazione dove sono stati molto sottolineati gli errori e le mancanze piuttosto che i pregi.

Autostima come si forma quella sana

Quindi come avrete capito l’autostima si forma con l’interiorizzazione dentro di noi, diventando inconsce, di queste credenze e a seconda che siamo più o meno positive avremo un’autostima più alta o più bassa.

L’autostima sana consiste nel riconoscere in noi in modo ragionevole alcuni pregi e alcuni difetti, provando emozioni positive di comprensione e accettazione per questi. Quindi l’autostima malsana è fatta di giudizi rigidi su di noi sia in senso di svalutazione che di sopravvalutazione. La persona con una buona autostima sa chi è, ed ha quella sana fiducia in se stessa che gli permette di accettare di sbagliare senza paura; è disposta ad accettare i successi e gli insuccessi della vita e quindi non dipenderà eccessivamente dal giudizio degli altri. 

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Ansia sociale: cause e rimedi. Consigli pratici.

Che cos’è l’ansia sociale? Con questo articolo affronto un tema importante collegato all’autostima e cioè la paura del giudizio che si concretizza nella forma più semplice e comune nella timidezza e nella sua forma patologica nell’ansia sociale o fobia sociale.

In questo articolo cercherò di distinguere tra timidezza e disturbo d’ansia sociale. Cercherò di spiegare quando si può parlare di una vera e propria patologia su cui è possibile intervenire con la psicoterapia.

Introduzione

Voglio infatti subito chiarire che tutti noi, prima o poi, sperimentiamo episodi di ansia sociale o timidezza. Infatti ogni volta che dobbiamo affrontare un evento sociale dove verremo esposti all’osservazione di altre persone e quindi ad un possibile giudizio, avvertiamo un disagio che è normale se rimane ad un livello tale da non bloccarci o portandoci a rinunciare.

Ci sono anche delle sfumature individuali; alcune persone sono caratterialmente più timide, ma non per questo vivono grosse limitazioni nella vita. Pensiamo ad un grandissimo attore e regista italiano come Massimo Troisi che ha trasformato la sua timidezza in un valore aggiunto nei sui film.  

In questo articolo vedremo come questo tipo di ansia sociale può diventare realmente un problema che ci blocca e peggiora la qualità della vita fino a diventare una vera e propria fobia. Vi spiegherò anche quali sono gli interventi terapeutici più efficaci e vi suggerirò quattro semplici tecniche che potrete subito utilizzare.  Vorrei però chiarire da subito che ciò non può sostituirsi ad una psicoterapia quando il problema diventa troppo invasivo.

Disturbo d’ansia sociale

Partiamo allora cercando di dare una definizione di disturbo d’ansia sociale.  E’ un disturbo molto diffuso nella popolazione (dal 5 al 7 %), la sua caratteristica di base è la paura del giudizio degli altri. Vediamo la definizione che ne dà il DSM: il manuale di riferimento per quanto riguarda la diagnosi dei disturbi mentali: “Paura marcata e persistente di una o più situazioni sociali o prestazionali nelle quali la persona è esposta a persone non familiari o al possibile giudizio degli altri. L’individuo teme di agire (o di mostrare sintomi di ansia) in modo umiliante o imbarazzante.”

Da questa definizione emerge quindi chiaramente come il fattore principale sia la paura del giudizio. Chi ne soffre ha paura di mostrare i sintomi della propria ansia, come tremore, rossore, sudorazione intensa, sensazione di blocco mentale, amnesia, abbassamento o tremore nel tono della voce, tachicardia e inoltre teme di comportarsi in modo goffo e inadeguato. Chi ne soffre sperimenta inoltre una intensa aspettativa del fallimento e della critica da parte degli altri. L’insieme di queste sintomatologie si evidenziano spesso drammaticamente nelle occasioni in cui occorre parlare in pubblico.

Il manuale specifica inoltre che se questi sintomi durano per più di 6 mesi e compromettono la vita sociale e lavorativa allora, molto probabilmente, siamo di fronte ad un vero e proprio disturbo (quindi non si può parlare più di sola timidezza) che sarà bene affrontare in una psicoterapia.

Ansia sociale: comportamenti che peggiorano e mantengono il disturbo

Esistono una serie di comportamenti che, oltre a mantenere il disturbo, poi contribuiscono a  peggiorare la situazione.  A) Evitamento:  di fronte a situazioni ansiogene tendiamo tutti  ad evitare il disagio che ci provocano; questa strategia però ci crea limitazioni nella vita sociale peggiorando il disturbo e la conseguente idea di non essere in grado di affrontare quelle situazioni. Il risultato non può che essere una riduzione dell’autostima.

B) Anticipazione negativa: consiste nell’immaginare situazioni di forte ansia e disagio prima ancora di sperimentarle; ad esempio se in una riunione devo parlare difronte ad alcuni colleghi immagino già di avere la bocca secca, di sbagliare le parole, di bloccarmi nel discorso e di essere deriso o criticato. Queste aspettative negative oltre a creare sofferenza contribuiscono a mantenere in piedi il disturbo. Si prefigurano così immagini catastrofiche che drammatizzeranno la situazione, con un effetto di profezia autorealizzante. Vi faccio notare come questo meccanismo non fa altro che andare a rinforzare le credenze patologiche su di se che ognuno di noi ha.

Rimedi

Come uscire da tutto  questo? Molte ricerche scientifiche hanno dimostrato che la strada più efficace è la psicoterapia. L’approccio migliore prevede 3 tappe fondamentali:

a) storia di vita del soggetto:  si ricostruisce con il soggetto la sua storia familiare e evolutiva andando alla ricerca di quelle situazioni familiari o sociali alla base di quelle credenze patogene e inconsce all’origine della fobia sociale.

Infatti le persone spesso non capiscono l’origine delle loro paure ma attraverso questo tipo di ricerca non è raro che scoprano che esse sono strettamente legate a dinamiche e modalità relazionali vissute in famiglia. Ad esempio può capitare di nascere in una famiglia dove è già presente una forte ansia per il giudizio, la tendenza al perfezionismo, la paura ad esprimersi; queste modalità vengono facilmente assimilate dal soggetto  senza che egli ne abbia consapevolezza e non è raro che giunga ad identificarsi con esse. La stessa cosa avviene quando i nostri errori vengono corretti con eccessiva severità creando così non solo sensi di colpa e vergogna ma impattando negativamente sulla nostra autostima.

b) mettere in discussione i pensieri automatici:  si aiuta la persona a prendere consapevolezza delle proprie credenze automatiche al fine di distanziarsene.  Si riduce in questo modo la tendenza alla drammatizzazione  dei propri vissuti.

c) l’esposizione in vivo: si costruisce in terapia una scala  delle 10 situazioni dove si sperimenta più ansia sociale, mettendo al primo posto quella che crea più ansia e al decimo quella che crea meno ansia. Si aiuta poi la persona ad affrontarle una alla volta in modo che possa scoprire di essere in grado di gestirle. Ciò non potrà che aumentare la fiducia in se stesso e l’autostima.

Tre consigli pratici

se la vostra è una leggera ansia sociale vi basterà seguire alcuni semplici consigli per ridurre la sensazione di disagio.

 A) Un primo consiglio è razionalizzare la paura prima di parlare in pubblico o in una qualsiasi situazione sociale provando a chiedersi: ma l’ansia che sto provando è davvero proporzionata alla situazione? Per contrastare la tendenza all’evitamento posso invece domandarmi: mi conviene lasciar scappare questa occasione sociale o lavorativa?

B) Poi è importante esporsi gradualmente alle situazioni che più ci fanno paura creando, come ho spiegato prima, una lista delle 10 situazioni che ci trasmettono più ansia e provando pian paino ad affrontarle; si parte dalla situazione che provoca meno ansia e si passa alla successiva solo dopo che avvertiamo una sostanziale riduzione dell’ansia.

C)Inoltre può essere utile abbinare semplici tecniche di respirazione come la respirazione diaframmatica per una riduzione immediata dell’ansia o tecniche più complesse come il training autogeno che nel lungo periodo possono essere di aiuto.  

D) Se dovete parlare in pubblico provate ad osservarlo un po’ prima di salire sul palco in modo da renderlo più familiare. Potete anche  immaginate le persone in una situazione quotidiana. Questo vi aiuterà a familiarizzare con il pubblico e ad avvertire meno paura del loro giudizio nei vostri confronti. Se questi 4 consigli non dovessero bastarvi  allora vi consiglio di rivolgervi ad uno psicologo psicoterapeuta per aiutarvi a superare il problema.

Perché è in aumento?

Ma perché questo tipo di ansia è in aumento? Uno dei più importanti fattori è a mio parere legato al tipo di società in cui viviamo con ritmi sempre più frenetici e dalle esigenze che essa ha nei nostri confronti rispetto al passato: sempre più spesso ci viene richiesto di rendere al massimo delle nostre possibilità, di mostrarci prestanti ed efficienti in ogni occasione.

Insomma in questo mondo, dove tutto corre sempre più veloce, la tua autostima è sempre più determinata dal valore che gli altri ti attribuiscono piuttosto che dalle risorse che possiedi e che vorresti esprimere. L’invito è quindi quello di puntare a sviluppare se stessi dando meno peso alle aspettative degli altri riscoprendo così la nostra unicità.

Conclusioni

Tutti prima o pio sperimentiamo un po’ d’ansia sociale. Diventa un problema se ci blocca eccessivamente e ci fa rinunciare a occasioni importanti che la vita ci offre. In questo caso è importante farsi aiutare da uno psicologo psicoterapeuta e iniziare una psicoterapia.

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