Psicologo torino per ansia, attacchi di panico, autostima, depressione, difficoltà relazionali. Supporto psicologico e psicoterapia in studio e online su Skype e WhatsApp.
In questo video riprendo a parlare della gestione della rabbia e della stretta relazione con la rigidità come tratto caratteriale. Per alcune persone è molto difficile cambiare il proprio punto di vista o anche solo modificarlo un po’ poiché vivono questo fatto come un tradimento verso se stessi, una perdita di una parte della propria identità. Ciascuno di noi guarda la realtà attraverso dei filtri che in psicologia vengono chiamati schemi, spesso inconsci; più sono rigidi più tenderemo ad accumulare frustrazione che si ripercuoteranno necessariamente sulla sfera lavorativa e relazionale.
La creatività ed il piacere possono aiutarci a trovare un potente antidoto contro l’accumulo della frustrazione aiutandoci così a migliorare la qualità della nostra vita.
Trasmette una sensazione di liberazione, carica emotiva ed aiuta a ridurre le tensioni, può aiutare a gestire l’ansia e gestire il controllo.
Ascoltare brani di questo tipo può aiutare a ridurre le condizioni di stress e ansia che possono sfociare nell’ attacco di panico. Per chi si occupa di musicoterapia può essere utile per favorire il lavoro in gruppo, poiché la coralità del brano incoraggia la collaborazione e la condivisione.
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Ho realizzato questo video pensando a tutti coloro che tendono a reprimere la rabbia, generando così ruminazione mentale e somatizzazioni come cefalea e mal di stomaco.
La rabbia è una delle 6 emozioni fondamentali (rabbia, disgusto, sorpresa, gioia, paura, tristezza) e come tale non può essere eliminata, anche perché é utile in realtà! É però importante imparare a gestire la rabbia.
La rabbia è una delle emozioni primarie. É utile come tutte le altre emozioni. L’importante è imparare a gestire la rabbia. L ‘arte, la musica, il teatro e la danza possono aiutarci a trasformarla in energia da distruttiva a creativa.
É fondamentale gestire la rabbia in maniera corretta, altrimenti la rabbia si esprimerà attraverso il corpo.
In questo breve video (é il quarto video di una serie dove affronto il tema della rabbia ) descrivo le principali somatizzazioni dovute ad una cattiva gestione della rabbia.
Per chi si occupa di musicoterapia, vi propongo un brano musicale adatto per favorire un lavoro di riattivazione, rianimazione e incoraggiamento alla relazione.
Il brano in questione è il Mattino di E.Grieg, ecco il link:
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Chiunque si occupi della crescita dei bambini, che siano genitori, educatori, psicologi, insegnati di discipline varie sa che non è per nulla facile trovare il modo di fornire i giusti stimoli, offrire sostegno nei momenti di difficoltà della crescita, cercare di aiutarli a diventare individui sani e realizzati. Osservando la nostra società vediamo tutti i giorni che non è facile crescere dei bambini; abbiamo poco tempo e ci sono tanti stimoli diversi da cui a volte è difficile capire quanto sia bene proteggerli e quanto invece incoraggiarli a sperimentare. Le notizie che sentiamo attraverso i telegiornali spesso ci trasmettono paura rispetto al mondo e ci inducono a temere come sia facile incontrare persone in grado di fare del male a chi invece vogliamo proteggere e confortare. Ma che cosa fare allora? Meglio chiudere i nostri piccoli in gabbie dorate e iperproteggerli? Beh come potrete intuire della domanda secondo me la risposta è no. La risposta è no sopratutto per il bene dei nostri piccoli.
Se parliamo di crescita dei bambini non si può non riflettere sulla principale figura di attaccamento che ci condizionerà per tutta la vita: la madre.
Molto spesso nella mia pratica clinica osservo madri che sono troppo “legate” ai propri figli; capita infatti che a causa di insoddisfazioni personali, professionali ed affettive , tante madri riversano completamente le loro attenzioni sui figli, cercando di ottenere da questo rapporto autostima e di colmare il senso di vuoto esistenziale. La cosa peggiore è quando ciò avviene in modo del tutto inconsapevole; capita spesso di sentire frasi come “….mio figlio/a è molto attaccato a me….per ogni cosa che deve fare chiede la mia presenza…” ; in questi casi quindi il problema viene “spostato” sul bambino che avrebbe una “predisposizione naturale” un “carattere” che lo porta ad aver paura di tutto e a chiedere continuamente l’attenzione materna. Ma chiunque per professione si occupa di osservare il comportamento infantile sa che le cose non stanno proprio così: certo esiste un minimo di predisposizione temperamentale (diciamo genetica) in ciascuno di noi che ci rende più o meno facile l’esplorazione dell’ambiente, ma sta al genitore il compito di incoraggiare il bambino a diventare poco alla volta autonomo e sicuro di sè. Ovviamente il genitore non è “colpevole” di questa tendenza all’ iper-protezione perché spesso a sua volta è un individuo ansioso che è stato educato così o che lo è diventato per alcuni eventi della vita e quindi per questo va aiutato e non colpevolizzato.
Ogni madre infatti dovrebbe aiutare i propri figli ad estendere la propria affettività ed attenzioni al mondo esterno e non solo legare il bambino a sè (Adler, 1931). E’ importante che la madre insegni ai propri figli a cooperare, a sviluppare l’attenzione per gli altri, quello che lo psicoanalista A. Adler chiamò il sentimento sociale. Una madre che si occupa anche del suo mondo relazionale, lavorativo, affettivo con dei pari sarà una madre più soddisfatta e di buon senso ed aiuterà i suoi piccoli a sviluppare la capacità di cooperare con gli altri e non li vizierà. I figli diventano viziati quando sono abituati ad avere il mondo intero che si muove in funzione dei loro bisogni; questo fatto li rende incapaci di sviluppare l’empatia verso i bisogni degli altri e gli renderà molto difficile inserirsi correttamente nella società perchè ogni volta che arriverà un “no” ai dei loro bisogni si sentiranno traditi dal mondo ed arrabbiati con esso. Bambini cresciti in questo modo saranno molto probabilmente degli adulti infelici, soli ed incapaci di cooperare.
E’ importante che ogni madre, dopo che è riuscita a costruire un legame affettivo con il figlio/a riesca a spingerlo verso il padre, limitando il più possibile il vissuto di possesso o gelosia. Dopo di che è importante aiutare il bambino a volgere il suo interesse verso altri coetanei: cuginetti, amici di scuola, coetanei. Quindi il compito di ogni madre è difficile perchè deve essere sia il primo e fondamentale essere degno di fiducia per il figlio ma nello stesso tempo incoraggiarlo ad estendere la sua fiducia verso il mondo esterno. Se non riuscirà a fare questo il bambino cercherà sempre il sostegno della madre e tenderà a respingere con paura gli altri, diventerà quindi un bambino viziato nel senso di cercare in tutti i modi di avere focalizzata su di sé l’attenzione della madre. Spesso, ad esempio, la paura del buio è in realtà una scusa per attirare l’attenzione della madre e trovare il modo per averla vicino a sé; soffrirà ogni volta che viene separato dalla madre, avrà difficoltà a giocare con altri coetanei se questo comporta allontanarsi dalla madre, diventando il “cocco di mamma” sempre debole ed incapace di difendersi oppure avrà scoppi d’ira quando le cose non vanno come lui/lei vorrebbe. Dobbiamo essere coscienti che i bambini diventano molto bravi a capire come far sentire in colpa i genitori per poter così avere un controllo su di loro ed averli a disposizione ogni volta che lo desiderano.
E i padri? Qual’è il loro compito?
Sintetizzando possiamo dire che il ruolo paterno è soprattutto quello di cooperare; il padre deve accettare la centralità del ruolo materno almeno nei primi periodi della vita e aiutarla a incoraggiare il bambino ad aprirsi al mondo. Il rapporto paterno rappresenta il primo rapporto “sociale” del bambino ed è fondamentale per superare la “fusione” con la madre, necessaria all’inizio ma assolutamente da superare.
La coppia genitoriale rappresenta anche il primo esempio di collaborazione per il bambino; è qui che il bambino può osservare la capacità adulta di mettere da parte i propri bisogni per il bene dell’altro e della coppia, il benessere comune al di sopra di quello individuale, ovviamente tutto ciò con equilibrio e buon senso.
E’ importante che le famiglie non siano lasciate sole in tutto questo. Infatti la spinta verso l’autonomia e la cooperazione crea bambini sereni che diverranno adulti felici e capaci di contribuire al benessere della società. Di certo la scuola deve sempre più occuparsi di queste tematiche e non tanto puntare a distribuire nozioni e informazioni ai nostri bambini.
Anche le Arti Terapie possono dare un forte contributo. In particolare la #musicoterapia attiva con l’utilizzo di strumenti musicali che stimolano la libera espressione e l’applicazione di essa in gruppo può funzionare proprio come facilitatore verso l’autonomia e la condivisione in gruppo di un’esperienza piacevole; provare strumenti musicali differenti che non richiedono una preparazione musicale ma possono essere suonati spontaneamente incoraggia il bambino e sperimentarsi con suoni diversi in un’atmosfera di libertà e creatività , cercando di trovare i suoni da lui preferiti che rispondono così anche al suo stile e caratteristiche. Suonare in gruppo con la facilitazione del conduttore permette di sviluppare le abilità sociali, rispettare l’espressione e i tempi di ciascuno e quindi insegna a sacrificare parte del proprio spazio per il bene del gruppo godendo così del piacere e benefici dati dalla condivisione.
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Sono molti anni ormai che la psicoterapia viene studiata, sia attraverso ricerche ti tipo qualitativo (senza cioè dei dati studiabili statisticamente, ma solo attraverso il report di casi clinici) sia quantitativamente (attraverso strumenti di osservazione statistici applicati ad un campione di soggetti ampio, producendo così dati scientificamente validi).
L’efficacia della psicoterapia individuale è ormai accertata (Gabbard, 2015). Esistono ormai tante ricerche che dimostrano in modo inequivocabile l’efficacia della psicoterapia individuale nel trattare sintomi come ansia o depressione e nel migliorare la qualità di vita (Luborsky et al., 1975; Shedler, 2010; Smith et al., 1980).
Le ricerche in campo biopsicologico hanno recentemente dimostrato che la relazione ed i fattori psicosociali modificano l’espressione genetica (Tienari et al.,2004) e che i trattamenti psicologici influiscono e modificano l’attività cerebrale ( Wykes et al., 2002; Roffman et al., 2005).
Durata della psicoterapia
Molti studi dimostrano l’efficacia di differenti forme di psicoterapia per il trattamento di quasi tutti i disturbi mentali e fisici, confrontandoli con interventi placebo (Heru, 2006).
Il trattamento non deve essere per forza lungo; esistono ormai diverse forme di psicoterapia breve che in poco tempo (da 8 a 15 sedute max) riescono a risolvere sintomi specifici o problemi relazionali. Anche in questo campo ci sono ormai tantissime ricerche che lo dimostrano (Crits-Christoph, 1992; Anderson e Lambert, 1995; Abbass et al., 2006). La differenza di efficacia tra psicoterapie brevi e lunghe sta nella gravità dei sintomi e della durata del disturbo; le terapie lunghe di tipo psicodinamico, ad esempio, sembrano più indicate nei casi gravi e cronici (Leichsenring e Rabung, 2008).
La relazione terapeutica e la fiducia
Il fulcro principale di qualsiasi forma di psicoterapia è la relazione; ecco perché il professionista, psicologo o medico psichiatra, deve essere sufficientemente formato su tutti gli aspetti che concorrono a formare e mantenere una buona relazione; dagli aspetti verbali (ad esempio il tipo di linguaggio utilizzato), a quelli non verbali ( il riconoscimento dei messaggi lanciati dal corpo e l’utilizzo della voce), alla gestione emotiva di se stessi ed al riconoscimento delle emozioni provate dal paziente, allo sviluppo di capacità empatiche e relazionali. Tutto ciò è la base sulla quale poi si inseriscono le conoscenze tecniche di interventi specifici che ogni scuola di psicoterapia propone.
Intervento personalizzato
La ricerca del “senso” del disturbo (es: ansia, panico o depressione) è fondamentale per i nostri pazienti (Barron, 2005) che ci chiedono soprattutto di essere ascoltati, riconosciuti ed incoraggiati nella loro soggettività. Allora una delle maggiori peculiarità dello psicologo-psicoterapeuta sarà quella di costruire un intervento ritagliato sulla specifica persona che ci chiede aiuto, basandosi sulle proprie caratteristiche personologiche ( meccanismi di difesa utilizzati, aspettative e modalità relazionali apprese nel corso della vita, sintomi presentati ecc..) e sui suoi specifici bisogni ( riconoscimento, stima, dipendenza, autonomia ecc…) che solo la formazione specifica da psicologo e da psicoterapeuta può fornire al professionista.
Costi
La psicoterapia è quindi un intervento altamente professionale e come tale ha un costo; tuttavia diverse ricerche dimostrano come aumentare la spesa pubblica e privata in psicoterapia (nell’area dei disturbi mentali e psicosomatici) è un modo in realtà per risparmiare future spese e disagi legati al cronicizzarsi dei sintomi che può portare a diversi tipi di inabilità e patologie croniche che finiscono per pesare sulla società e peggiorare la qualità di vita dei pazienti (Gabbard et al., 1997). Infondo l’obbiettivo principale della psicoterapia è aumentare il benessere sia psicologico che economico dell’individuo.
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Come psicologo mi è stato chieste diverse volte quali sono le cause della timidezza. Capita a tutti di sentirsi a volte in difficoltà in situazioni sociali nuove o stressanti, dove ci sentiamo messi sotto giudizio, osservati e abbiamo noi stessi il dubbio di essere “all’altezza” della situazione. Questa situazione emotiva di disagio, ansia, chiusura relazionale e “fisica” viene generalmente chiamata Timidezza.
La timidezza: definizioni e cause psicologiche.
Vediamo come la definisce il vocabolario Treccani:
” timidézza s. f. [der. di timido]. – L’esser timido, la qualità di chi è, o si mostra, timido, soprattutto come atteggiamento abituale di chi è poco sicuro di sé, indeciso ed esitante, incerto nell’agire per soggezione, per timore del giudizio altrui: un ragazzo d’una t. estrema; si trattenne dal chiederlo per t.; si farà strada difficilmente con la sua t.; è la t. che lo fa arrossire (o balbettare).”
Oltre il 50% degli italiani afferma di essere timido sia in modo occasionale che in forma patologica.
Da un punto di vista psicologico possiamo definire la timidezza come la sensazione di disagio di fronte a sconosciuti; alcuni comportamenti tipici che si osservano in queste situazioni sono l’esitazione, la ritrosia, il sentirsi inadeguati, impacciati, fuori luogo (Galimberti, 1999). Sul viso emerge spesso il rossore, le mani sudano, il corpo si irrigidisce. Può emergere anche una forte sensazione di ansia ( per approfondire leggi qui: https://musicaeterapia.it/2018/12/22/psicologo-torino-ansia-rimedi-parte-1/ )
Timidezza: cause, non bisogna sempre andare dallo psicologo!
La timidezza in se per se non è patologica, infatti a tratti può apparire se ci troviamo in situazioni nuove e abbiamo bisogno di riflette prima di rispondere o di comprendere meglio le richieste dell’ambiente circostante; in questo caso è quindi un atteggiamento molto utile, indispensabile poiché ci permette di riflettere e pesare le nostre risposte e le nostre azioni; solo quando avremo più esperienza in quel nuovo ambiente e acquisiremo più informazioni circa le persone che ci circondano allora la timidezza, la prudenza iniziale inizieranno ad andare sullo sfondo e ci sentiremo più sicuri e liberi.
Quando la timidezza diventa fobia sociale
Ad alcuni di noi capita però di non riuscire ad ottenere mai o solo parzialmente lo stato di rilassatezza necessario per poter affrontare le diverse situazioni sociali che giornalmente dobbiamo affrontare; è come se si sentissero sempre “al primo giorno”, sempre sotto esame, sempre impreparati o inadeguati; in questo caso si può parlare di una forma di timidezza patologica che prende il nome di Fobia Sociale.
Definizione di fobia sociale
Vediamo ora la definizione che ne dà il più famoso manuale di classificazione dei disturbi mentali al mondo, il DSM ( Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders): “Paura marcata e persistente di una o più situazioni sociali o prestazionali nelle quali la persona è esposta a persone non familiari o al possibile giudizio degli altri. L’individuo teme di agire (o di mostrare sintomi di ansia) in modo umiliante o imbarazzante.” (DSM-IV TR, 2007).
In questo caso può essere d’aiuto l’intervento di uno psicologo per capire le cause della timidezza patologica poiché diventa una vera e propria fobia. Per un elenco delle fobie esistenti clicca qui: https://it.wikipedia.org/wiki/Categoria:Fobie
Cause della timidezza: punto di vista dello psicologo A. Adler
La versione “patologica” della timidezza fu studiata anche dai primi psicoanalisti agli inizi del ‘900. Secondo lo psicoanalista e psicologo Alfred Adler, allievo di Freud ed inventore della Psicologia Individuale, quando una persona si sente spesso inferiore agli altri, ed incapace di raggiungere un obbiettivo potrebbe soffrire di un “complesso di inferiorità” ; in questo stato gli altri vengono vissuti come più competenti, più capaci e meritevoli; si struttura quindi un continuo confronto con l’Altro dove viene attivato un filtro mentale inconscio che manipola forzatamente la realtà restituendo al soggetto un’immagine di sé parziale e inferiore.
Ma questo è appunto un filtro che si è interiorizzato (a seguito di un’educazione sbagliata, esperienze di vita vissuta, o perché si è nati con delle difficoltà fisiche) e come tale è una forzatura della nostra mente, un’illusione che non tiene conto della realtà ma la deforma sempre a nostro svantaggio.
La timidezza come tratto caratteriale
Ma la timidezza può anche essere un colore del nostro carattere, una nostra particolarità che ci caratterizza; lo psicoanalista C.G. Jung fu il primo a introdurre e studiare empiricamente i concetti di introversione-estroversione come due varianti caratteriali che toccano tutti noi; trattò questo argomento nella famosa opera “Tipi psicologici” pubblicata per la prima volta nel 1921.
Semplificando il pensiero di Jung possiamo dire che gli estroversi tendono ad essere più socievoli ed assertivi mentre gli introversi sono mediamente più riservati e riflessivi; questi ultimi di solito hanno un numero inferiore di amici e tendono di meno a cercare di costruire relazioni nuove, sono inoltre più propensi ad utilizzare la fantasia e la riflessione.
Queste distinzioni sono quindi semplicemente degli stili personali, nessuna di esse e sana o malata; sono sfumature che rendono vario e quindi interessante il mondo; ovviamente ciascuno di noi sarà più propenso all’introversione o all’estroversione ed ognuno di noi avrà dei vantaggi e degli svantaggi nel proprio modo di essere.
Cause della timidezza: aspettative sociali
Purtroppo la timidezza viene giudicata dalla nostra società come un “difetto”, qualcosa da correggere perché sbagliato. Ma siamo proprio sicuri che sia così?
Il giudizio negativo che viene dato alle persone timide è forse il risultato della cultura in cui viviamo? Dalla televisione, da internet e dai giornali arrivano continui messaggi dove l’arroganza , l’essere spacconi, l’essere a tutti i costi al centro dell’attenzione viene premiato! Ma fortunatamente non deve essere così per forza.
Conoscere il proprio stile
Dalla mia esperienza di psicologo valuto come veramente importante il grado di consapevolezza, accettazione e gestione del proprio stile di personalità; è questo il punto che fa la differenza! Infatti se io so chi sono, mi accetto e riesco a gestirmi riuscirò a prendere il meglio del mio stile di personalità e riuscirò a ridurre e limitare gli aspetti più disfunzionali. Dobbiamo sempre ricordarci di lottare contro l’omologazione che la società di oggi ci propone! Proprio perché è la diversità la nostra più grande ricchezza e quello che ha permesso alla nostra specie di sopravvivere nella storia.
Lo psicologo può quindi aiutare a distinguere quando la timidezza è una normale sfumatura della personalità o quando è una fobia di cui bisogna scoprire insieme l’origine e le cause.
Alcuni consigli pratici
Di seguito alcuni consigli che possono esserci d’aiuto per iniziare a sciogliere i “blocchi” emotivi e comportamentali derivati da un’eccesso di timidezza:
Accettala: se ti rendi conto di essere spesso timido/a il primo passo è accettare che è così; per tutta una serie di ragioni (educazione familiare, esperienze personali, temperamento costituzionale ecc..) ora sei così, è inutile nasconderselo o cercare di negarlo. Il primo passo per imparare a gestire queste situazioni è accoglierle, accettarle.
Confessalo: quando ti trovi in una situazione sociale dove sai che spesso emerge la tua timidezza prova a confessarlo; magari puoi partire a farlo dalle persone più vicine a te, quelle verso cui provi una maggiore fiducia e sai che ti ascolteranno senza giudicarti; infatti il sono verbalizzare questa difficoltà ti alleggerirà da un eccesso di ansia, poiché potrai così ridurre il bisogno di controllare e nascondere questo tuo comportamento.
Esponiti: poco alla volta cerca di non evitare le situazioni che ti creano ansia e insicurezza ma cerca di affrontarle. Prova così: scrivi su di un foglio le situazioni in cui ti senti più timido/a e mettile in ordine da quella meno difficile a quella più difficile per te da gestire. Poi inizia ad affrontare quelle più semplici. E’ infatti provato scientificamente che esporsi gradualmente alle situazioni che ci spaventano provoca in media una riduzione delle reazioni fobiche.
Riflessioni finali
Naturalmente questi sono solo alcuni consigli; a volte, se la situazione dura da molto tempo, non bastano. Per qualcuno sembra molto difficile anche solo fare i primi passi; i
In questi casi è importante chiedere aiuto ad uno psicologo per capire le cause, l’ origine della timidezza quando ci sentiamo continuamente sottoposti al timore del giudizio nostro ed altrui; ci meritiamo di sentirci liberi!
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