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Psicologo Torino Dott. Michele Verrastro

Psicologo torino per ansia, attacchi di panico, autostima, depressione, difficoltà relazionali. Supporto psicologico e psicoterapia in studio e online su Skype e WhatsApp.

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Tag: torino psicologo

Pubblicato il Aprile 21, 2018Giugno 7, 2020

La Rabbia (video n.4)

É fondamentale gestire la rabbia in maniera corretta, altrimenti la rabbia si esprimerà attraverso il corpo.

In questo breve video (é il quarto video di una serie dove affronto il tema della rabbia ) descrivo le principali somatizzazioni dovute ad una cattiva gestione della rabbia.

Pubblicato il Aprile 17, 2018Gennaio 2, 2021

Musicoterapia per il risveglio: “IL mattino” (Grieg)

 

Per chi si occupa di musicoterapia,  vi propongo un brano musicale adatto per favorire un lavoro di riattivazione, rianimazione e incoraggiamento alla relazione.

Il brano in questione è il Mattino di E.Grieg, ecco il link:

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Pubblicato il Marzo 31, 2018Gennaio 2, 2021

Bambini iperprotetti: come aiutare i bambini a diventare adulti realizzati e capaci di cooperare.

Chiunque si occupi della crescita dei bambini, che siano genitori, educatori, psicologi, insegnati di discipline varie sa che non è per nulla facile trovare il modo di fornire i giusti stimoli, offrire sostegno nei momenti di difficoltà della crescita, cercare di aiutarli a diventare individui sani e realizzati. Osservando la nostra società vediamo tutti i giorni che non è facile crescere dei bambini; abbiamo poco tempo e ci sono tanti stimoli diversi da cui a volte è difficile capire quanto sia bene proteggerli e quanto invece incoraggiarli a sperimentare. Le notizie che sentiamo attraverso i telegiornali spesso ci trasmettono paura rispetto al mondo e ci inducono a temere come sia facile incontrare persone in grado di fare del male a chi invece vogliamo proteggere e confortare. Ma che cosa fare allora? Meglio chiudere i nostri piccoli in gabbie dorate e iperproteggerli? Beh come potrete intuire della domanda secondo me la risposta è no. La risposta è no sopratutto per il bene dei nostri piccoli.

Se parliamo di crescita dei bambini non si può non riflettere sulla principale figura di attaccamento che ci condizionerà per tutta la vita: la madre.

Molto spesso nella mia pratica clinica osservo madri che sono troppo “legate” ai propri figli; capita infatti che a causa di insoddisfazioni personali, professionali ed affettive , tante madri riversano completamente le loro attenzioni sui figli, cercando di ottenere da questo rapporto autostima e di colmare il senso di vuoto esistenziale. La cosa peggiore è quando ciò avviene in modo del tutto inconsapevole; capita spesso di sentire frasi come “….mio figlio/a è molto attaccato a me….per ogni cosa che deve fare chiede la mia presenza…” ; in questi casi quindi il problema viene “spostato” sul bambino che avrebbe una “predisposizione naturale” un “carattere” che lo porta ad aver paura di tutto e a chiedere continuamente l’attenzione materna. Ma chiunque per professione si occupa di osservare il comportamento infantile sa che le cose non stanno proprio così: certo esiste un minimo di predisposizione temperamentale (diciamo genetica) in ciascuno di noi che ci rende più o meno facile l’esplorazione dell’ambiente, ma sta al genitore il compito di incoraggiare il bambino a diventare poco alla volta autonomo e sicuro di sè. Ovviamente il genitore non è “colpevole” di questa tendenza all’ iper-protezione perché spesso a sua volta è un individuo ansioso che è stato educato così o che lo è diventato per alcuni eventi della vita e quindi per questo va aiutato e non colpevolizzato.

Ogni madre infatti dovrebbe aiutare i propri figli ad estendere la propria affettività ed attenzioni al mondo esterno e non solo legare il bambino a sè (Adler, 1931). E’ importante che la madre insegni ai propri figli a cooperare, a sviluppare l’attenzione per gli altri, quello che lo psicoanalista A. Adler chiamò il sentimento sociale. Una madre che si occupa anche del suo mondo relazionale, lavorativo, affettivo con dei pari sarà una madre più soddisfatta e di buon senso ed aiuterà i suoi piccoli a sviluppare la capacità di cooperare con gli altri e non li vizierà. I figli diventano viziati quando sono abituati ad avere il mondo intero che si muove in funzione dei loro bisogni; questo fatto li rende incapaci di sviluppare l’empatia verso i bisogni degli altri e gli renderà molto difficile inserirsi correttamente nella società perchè ogni volta che arriverà un “no” ai dei loro bisogni si sentiranno traditi dal mondo ed arrabbiati con esso. Bambini cresciti in questo modo saranno molto probabilmente degli adulti infelici, soli ed incapaci di cooperare.

E’ importante che ogni madre, dopo che è riuscita a costruire un legame affettivo con il figlio/a riesca a spingerlo verso il padre, limitando il più possibile il vissuto di possesso o gelosia. Dopo di che è importante aiutare il bambino a volgere il suo interesse verso altri coetanei: cuginetti, amici di scuola, coetanei. Quindi il compito di ogni madre è difficile perchè deve essere sia il primo e fondamentale essere degno di fiducia per il figlio ma nello stesso tempo incoraggiarlo ad estendere la sua fiducia verso il mondo esterno. Se non riuscirà a fare questo il bambino cercherà sempre il sostegno della madre e tenderà a respingere con paura gli altri, diventerà quindi un bambino viziato nel senso di cercare in tutti i modi di avere focalizzata su di sé l’attenzione della madre. Spesso, ad esempio, la paura del buio è in realtà una scusa per attirare l’attenzione della madre e trovare il modo per averla vicino a sé; soffrirà ogni volta che viene separato dalla madre, avrà difficoltà a giocare con altri coetanei se questo comporta allontanarsi dalla madre, diventando il “cocco di mamma” sempre debole ed incapace di difendersi oppure avrà scoppi d’ira quando le cose non vanno come lui/lei vorrebbe. Dobbiamo essere coscienti che i bambini diventano molto bravi a capire come far sentire in colpa i genitori per poter così avere un controllo su di loro ed averli a disposizione ogni volta che lo desiderano.

E i padri? Qual’è il loro compito?

Sintetizzando possiamo dire che il ruolo paterno è soprattutto quello di cooperare; il padre deve accettare la centralità del ruolo materno almeno nei primi periodi della vita e aiutarla a incoraggiare il bambino ad aprirsi al mondo. Il rapporto paterno rappresenta il primo rapporto “sociale” del bambino ed è fondamentale per superare la “fusione” con la madre, necessaria all’inizio ma assolutamente da superare.

La coppia genitoriale rappresenta anche il primo esempio di collaborazione per il bambino; è qui che il bambino può osservare la capacità adulta di mettere da parte i propri bisogni per il bene dell’altro e della coppia,  il benessere comune al di sopra di quello individuale, ovviamente tutto ciò con equilibrio e buon senso.

E’ importante che le famiglie non siano lasciate sole in tutto questo. Infatti la spinta verso l’autonomia e la cooperazione crea bambini sereni che diverranno adulti felici e capaci di contribuire al benessere della società. Di certo la scuola deve sempre più occuparsi di queste tematiche e non tanto puntare a distribuire nozioni e informazioni ai nostri bambini.

Anche le Arti Terapie possono dare un forte contributo. In particolare la #musicoterapia attiva con l’utilizzo di strumenti musicali che stimolano la libera espressione e l’applicazione di essa in gruppo può funzionare proprio come facilitatore verso l’autonomia e la condivisione in gruppo di un’esperienza piacevole; provare strumenti musicali differenti che non richiedono una preparazione musicale ma possono essere suonati spontaneamente incoraggia il bambino e sperimentarsi con suoni diversi in un’atmosfera di libertà e creatività , cercando di trovare i suoni da lui preferiti che rispondono così anche al suo stile e caratteristiche. Suonare in gruppo con la facilitazione del conduttore permette di sviluppare le abilità sociali,  rispettare l’espressione e i tempi di ciascuno e quindi insegna a sacrificare parte del proprio spazio per il bene del gruppo godendo così del piacere e benefici dati dalla condivisione.

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Pubblicato il Marzo 18, 2018Gennaio 2, 2021

La psicoterapia individuale è efficace?

Le conferme della ricerca

Sono molti anni ormai che la psicoterapia viene studiata, sia attraverso ricerche ti tipo qualitativo (senza cioè dei dati studiabili statisticamente, ma solo attraverso il report di casi clinici) sia quantitativamente (attraverso strumenti di osservazione statistici applicati ad un campione di soggetti ampio, producendo così dati scientificamente validi).

L’efficacia della psicoterapia individuale è ormai accertata (Gabbard, 2015).  Esistono ormai tante ricerche che dimostrano in modo inequivocabile l’efficacia della psicoterapia individuale nel trattare sintomi come ansia o depressione e nel migliorare la qualità di vita (Luborsky et al., 1975; Shedler, 2010; Smith et al., 1980).

Le ricerche in campo biopsicologico hanno recentemente dimostrato che la relazione ed i fattori psicosociali modificano l’espressione genetica (Tienari et al.,2004) e che i trattamenti psicologici influiscono e modificano l’attività cerebrale ( Wykes et al., 2002; Roffman et al., 2005).

Durata della psicoterapia

Molti studi dimostrano l’efficacia di differenti forme di psicoterapia per il trattamento di quasi tutti i disturbi mentali e fisici, confrontandoli con interventi placebo (Heru, 2006).

Il trattamento non deve essere per forza lungo; esistono ormai diverse forme di psicoterapia breve che in poco tempo (da 8 a 15 sedute max) riescono a risolvere sintomi specifici o problemi relazionali. Anche in questo campo ci sono ormai tantissime ricerche che lo dimostrano (Crits-Christoph, 1992; Anderson e Lambert, 1995; Abbass et al., 2006). La differenza di efficacia tra psicoterapie brevi e lunghe sta nella gravità dei sintomi e della durata del disturbo; le terapie lunghe di tipo psicodinamico, ad esempio, sembrano più indicate nei casi gravi e cronici (Leichsenring e Rabung, 2008).

La relazione terapeutica e la fiducia

Il fulcro principale di qualsiasi forma di psicoterapia è la relazione; ecco perché il professionista, psicologo o medico psichiatra, deve essere sufficientemente formato su tutti gli aspetti che concorrono a formare e mantenere una buona relazione; dagli aspetti verbali (ad esempio il tipo di linguaggio utilizzato),  a quelli non verbali ( il riconoscimento dei messaggi lanciati dal corpo e l’utilizzo della voce), alla gestione emotiva di se stessi ed al riconoscimento delle emozioni provate dal paziente, allo sviluppo di capacità empatiche e relazionali. Tutto ciò è la base sulla quale poi si inseriscono le conoscenze tecniche di interventi specifici che ogni scuola di psicoterapia propone.

Intervento personalizzato

La ricerca del “senso” del disturbo (es: ansia, panico o depressione) è fondamentale per i nostri pazienti (Barron, 2005) che ci chiedono soprattutto di essere ascoltati, riconosciuti ed incoraggiati nella loro soggettività.  Allora una delle maggiori peculiarità dello psicologo-psicoterapeuta sarà quella di costruire un intervento ritagliato sulla specifica persona che ci chiede aiuto, basandosi sulle proprie caratteristiche personologiche ( meccanismi di difesa utilizzati, aspettative e modalità relazionali apprese nel corso della vita, sintomi presentati ecc..) e sui suoi specifici bisogni ( riconoscimento, stima, dipendenza, autonomia ecc…) che solo la formazione specifica da psicologo  e da psicoterapeuta può fornire al professionista.

Costi

La psicoterapia è quindi un intervento altamente professionale e come tale ha un costo; tuttavia diverse ricerche dimostrano come aumentare la spesa pubblica e privata in psicoterapia (nell’area dei disturbi mentali e psicosomatici) è un modo in realtà per risparmiare future spese e disagi legati al cronicizzarsi dei sintomi che può portare a diversi tipi di inabilità e patologie croniche che finiscono per pesare sulla società e peggiorare la qualità di vita dei pazienti (Gabbard et al., 1997). Infondo l’obbiettivo principale della psicoterapia è aumentare il benessere sia psicologico che economico dell’individuo.

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Pubblicato il Febbraio 24, 2018Gennaio 2, 2021

Timidezza: che cos’è? Quando diventa fobia sociale? Consigli pratici.

Timidezza psicologo Torino
Affrontare le cause della timidezza patologica

Introduzione

Come psicologo mi è stato chieste diverse volte quali sono le cause della timidezza. Capita a tutti di sentirsi a volte in difficoltà in situazioni sociali nuove o stressanti, dove ci sentiamo messi sotto giudizio, osservati e abbiamo noi stessi il dubbio di essere “all’altezza” della situazione. Questa situazione emotiva di disagio, ansia, chiusura relazionale e “fisica” viene generalmente chiamata Timidezza.

La timidezza: definizioni e cause psicologiche.

Vediamo come la definisce il vocabolario Treccani:

” timidézza s. f. [der. di timido]. – L’esser timido, la qualità di chi è, o si mostra, timido, soprattutto come atteggiamento abituale di chi è poco sicuro di sé, indeciso ed esitante, incerto nell’agire per soggezione, per timore del giudizio altrui: un ragazzo d’una t. estrema; si trattenne dal chiederlo per t.; si farà strada difficilmente con la sua t.; è la t. che lo fa arrossire (o balbettare).”

Oltre il 50% degli italiani afferma di essere timido sia in modo occasionale che in forma patologica.

Da un punto di vista psicologico possiamo definire la timidezza come la sensazione di disagio di fronte a sconosciuti; alcuni comportamenti tipici che si osservano in queste situazioni sono l’esitazione, la ritrosia, il sentirsi inadeguati, impacciati, fuori luogo (Galimberti, 1999). Sul viso emerge spesso il rossore, le mani sudano, il corpo si irrigidisce. Può emergere anche una forte sensazione di ansia ( per approfondire leggi qui: https://musicaeterapia.it/2018/12/22/psicologo-torino-ansia-rimedi-parte-1/ )

Timidezza: cause, non bisogna sempre andare dallo psicologo!

La timidezza in se per se non è patologica, infatti a tratti può apparire se ci troviamo in situazioni nuove e abbiamo bisogno di riflette prima di rispondere o di comprendere meglio le richieste dell’ambiente circostante; in questo caso è quindi un atteggiamento molto utile, indispensabile poiché ci permette di riflettere e pesare le nostre risposte e le nostre azioni; solo quando avremo più esperienza in quel nuovo ambiente e acquisiremo più informazioni circa le persone che ci circondano allora la timidezza, la prudenza iniziale inizieranno ad andare sullo sfondo e ci sentiremo più sicuri e liberi.

Quando la timidezza diventa fobia sociale

Ad alcuni di noi capita però di non riuscire ad ottenere mai o solo parzialmente lo stato di rilassatezza necessario per poter affrontare le diverse situazioni sociali che giornalmente dobbiamo affrontare; è come se si sentissero sempre “al primo giorno”, sempre sotto esame, sempre impreparati o inadeguati; in questo caso si può parlare di una forma di timidezza patologica che prende il nome di Fobia Sociale.

Definizione di fobia sociale

Vediamo ora la definizione che ne dà il più famoso manuale di classificazione dei disturbi mentali al mondo, il DSM ( Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders):  “Paura marcata e persistente di una o più situazioni sociali o prestazionali nelle quali la persona è esposta a persone non familiari o al possibile giudizio degli altri. L’individuo teme di agire (o di mostrare sintomi di ansia) in modo umiliante o imbarazzante.” (DSM-IV TR, 2007).

In questo caso può essere d’aiuto l’intervento di uno psicologo per capire le cause della timidezza patologica poiché diventa una vera e propria fobia. Per un elenco delle fobie esistenti clicca qui: https://it.wikipedia.org/wiki/Categoria:Fobie

Cause della timidezza: punto di vista dello psicologo A. Adler

La versione “patologica” della timidezza fu studiata anche dai primi psicoanalisti agli inizi del ‘900. Secondo lo psicoanalista e psicologo Alfred Adler, allievo di Freud ed inventore della Psicologia Individuale,  quando una persona si sente spesso inferiore agli altri, ed incapace di raggiungere un obbiettivo potrebbe soffrire di un “complesso di inferiorità” ; in questo stato gli altri vengono vissuti come più competenti, più capaci e meritevoli; si struttura quindi un continuo confronto con l’Altro dove viene attivato un filtro mentale inconscio che manipola forzatamente la realtà restituendo al soggetto un’immagine di sé parziale e  inferiore.

Ma questo è appunto un filtro che si è interiorizzato (a seguito di un’educazione sbagliata, esperienze di vita vissuta, o perché si è nati con delle difficoltà fisiche) e come tale è una forzatura della nostra mente, un’illusione che non tiene conto della realtà ma la deforma sempre a nostro svantaggio.

La timidezza come tratto caratteriale

Ma la timidezza può anche essere un colore del nostro carattere, una nostra particolarità che ci caratterizza; lo psicoanalista C.G. Jung fu il primo a introdurre e studiare empiricamente i concetti di introversione-estroversione come due varianti caratteriali che toccano tutti noi; trattò questo argomento nella famosa opera “Tipi psicologici” pubblicata per la prima volta nel 1921.

Semplificando il pensiero di Jung possiamo dire che gli estroversi tendono ad essere più socievoli ed assertivi mentre gli introversi sono mediamente più riservati e riflessivi; questi ultimi di solito hanno un numero inferiore di amici e tendono di meno a cercare di costruire relazioni nuove, sono inoltre più propensi ad utilizzare la fantasia e la riflessione.

Queste distinzioni sono quindi semplicemente degli stili personali, nessuna di esse e sana o malata; sono sfumature che rendono vario e quindi interessante il mondo; ovviamente ciascuno di noi sarà più propenso all’introversione o all’estroversione ed ognuno di noi avrà dei vantaggi e degli svantaggi nel proprio modo di essere.

Cause della timidezza: aspettative sociali

Purtroppo la timidezza viene giudicata dalla nostra società come un “difetto”, qualcosa da correggere perché sbagliato.  Ma siamo proprio sicuri che sia così?

Il giudizio negativo che viene dato alle persone timide è forse il risultato della cultura in cui viviamo?  Dalla televisione, da internet e dai giornali arrivano continui messaggi dove l’arroganza , l’essere spacconi, l’essere a tutti i costi al centro dell’attenzione viene premiato! Ma fortunatamente non deve essere così per forza.

Conoscere il proprio stile

Dalla mia esperienza di psicologo valuto come veramente importante il grado di consapevolezza, accettazione e gestione del proprio stile di personalità; è questo il punto che fa la differenza! Infatti se io so chi sono, mi accetto e riesco a gestirmi riuscirò a prendere il meglio del mio stile di personalità e riuscirò a ridurre e limitare gli aspetti più disfunzionali. Dobbiamo sempre ricordarci di lottare contro l’omologazione che la società di oggi ci propone! Proprio perché è la diversità la nostra più grande ricchezza e quello che ha permesso alla nostra specie di sopravvivere nella storia.

Lo psicologo può quindi aiutare a distinguere quando la timidezza è una normale sfumatura della personalità o quando è una fobia di cui bisogna scoprire insieme l’origine e le cause.

Alcuni consigli pratici

Di seguito alcuni consigli che possono esserci d’aiuto per iniziare a sciogliere i “blocchi” emotivi e comportamentali derivati da un’eccesso di timidezza:

  1. Accettala: se ti rendi conto di essere spesso timido/a il primo passo è accettare che è così; per tutta una serie di ragioni (educazione familiare, esperienze personali, temperamento costituzionale ecc..) ora sei così, è inutile nasconderselo o cercare di negarlo. Il primo passo per imparare a gestire queste situazioni è accoglierle, accettarle.
  2. Confessalo: quando ti trovi in una situazione sociale dove sai che spesso emerge la tua timidezza prova a confessarlo; magari puoi partire a farlo dalle persone più vicine a te, quelle verso cui provi una maggiore fiducia e sai che ti ascolteranno senza giudicarti; infatti il sono verbalizzare questa difficoltà ti alleggerirà da un eccesso di ansia, poiché potrai così ridurre il bisogno di controllare e nascondere questo tuo comportamento.
  3. Esponiti: poco alla volta cerca di non evitare le situazioni che ti creano ansia e insicurezza ma cerca di affrontarle. Prova così: scrivi su di un foglio le situazioni in cui ti senti più timido/a e mettile in ordine da quella meno difficile a quella più difficile per te da gestire. Poi inizia ad affrontare quelle più semplici. E’ infatti provato scientificamente che esporsi gradualmente alle situazioni che ci spaventano provoca in media una riduzione delle reazioni fobiche.

Riflessioni finali

Naturalmente questi sono solo alcuni consigli; a volte, se la situazione dura da molto tempo, non bastano. Per qualcuno sembra molto difficile anche solo fare i primi passi; i

In questi casi è importante chiedere aiuto ad uno psicologo per capire le cause, l’ origine della timidezza quando ci sentiamo continuamente sottoposti al timore del giudizio nostro ed altrui; ci meritiamo di sentirci liberi!

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Pubblicato il Gennaio 1, 2018Gennaio 2, 2021

I Sogni: conosciamo noi stessi attraverso la loro interpretazione.

I Sogni sono un tesoro inestimabile ed è utile cercare di comprenderne il significato durante un lavoro psicologico, che sia semplice sostegno psicologico o psicoterapia, poiché possono essere d’aiuto allo sviluppo del benessere personale o alla risoluzione di sintomi come ansia e depressione.

Sono un “tesoro personale” perché sono la via diretta al nostro inconscio e se correttamente analizzati, possono aiutarci a sapere chi siamo, realizzarci e risolvere le piccole o grandi sofferenze che ci hanno portato a chiedere aiuto.

L’ interpretazione dei sogni nell’antichità

A quanto sembra i primi tentativi di interpretazione dei sogni risalgono agli arbori dell’umanità; presso le Grotte di Lascaux in Francia è possibile osservare disegni sulle pareti, che risalgono al Paleolitico Superiore (17500 anni fa), raffiguranti scene di caccia o animali che i ricercatori definiscono come raffigurazioni di sogni/fantasie/ricordi.

Per la cultura sumerica (4000 anni fa) il dormire in un luogo sotterraneo avrebbe portato il sognatore più in contatto con la propria interiorità attraverso sogni premonitori.

Nell’antico Egitto i sogni venivano considerati come mezzi fondamentali per prevedere il futuro e antiche pratiche magiche cercavano di generarli nel segnatore. Il “Libro dei Sogni Ieratico” (2052-1778 a.c.) conteneva un elenco dei significati delle immagini oniriche ai fini di una veloce e pratica consultazione.

Nel cultura ebraica antica il sogno veniva considerato come un diretto messaggio di Dio; ad esempio nella Bibbia è riportato il sogno profetico del Faraone che sogna sette vacche grasse e sette magre, chiedendo poi a Giuseppe, ebreo rinchiuso in quel momento in carcere, di interpretarlo.

Nel Talmud, testo sacro per l’ebraismo, il rabbino Ismaele afferma, con estrema modernità, che i sogni in realtà provengono dall’intimità dell’essere umano e portano a espressione, con l’utilizzo di un linguaggio simbolico, aspetti della vita interiore che sono racchiusi nel cuore del sognatore.

La pratica dell’ Oniromanzia (pratica religiosa finalizzata all’interpretazione dei sogni)  era diffusa nel mondo antico romano e greco; i sogni venivano letti come messaggi delle divinità, diretti all’uomo per avvertirlo.

I sogni e le neuroscienze

Quante volte ci è capitato di dire: “è un po’ di tempo che non sogno nulla!”, oppure “ io non ricordo mai i miei sogni, non mi sembra di farne….“. In realtà le neuroscienze hanno dimostrato che tutti sogniamo, almeno un’ora e mezza a notte. La fase del sonno, durante la quale compaiono i sogni, si chiama fase R.E.M. ( Rapid Eyes Movement) o sonno paradosso; è chiamata così perché mentre il corpo è immobile gli occhi si muovono rapidamente e l’attività cerebrale è simile a quella della veglia. Questa fase inizia circa 70/90 minuti dopo l’addormentamento e si ripete ogni 90 minuti. In queste fasi il cervello consuma più ossigeno di quello necessario da svegli se si è impegnati a risolvere un difficile problema matematico. L’80% delle persone risvegliate in fase r.e.m. riferisce sogni (si scende al 40% se svegliati nelle fasi non r.e.m.). Al risveglio di solito ci si ricorda di una minima parte dei sogni, solitamente la più recente. In generale ognuno di noi passa 6 anni di vita a sognare!!

Ma perché sogniamo? Le neuroscienze hanno prodotto diverse risposte a partire dagli anni ’50 in poi. In primo luogo sembra che sognare sia necessario al cervello, infatti in alcuni esperimenti è stato osservato che se viene impedito di farlo, attraverso risvegli forzati, poi tendiamo a sognare di più se veniamo lasciati liberi di dormire. Probabilmente il sogno è un modo che usa il cervello per imparare: infatti le informazioni registrate durante la giornata passano dalla memoria esplicita (cosciente) a quella procedurale (inconscia), quindi vengono immagazzinate e rese disponibili per il futuro. Inoltre hanno la funzione di sistematizzare i ricordi e le esperienze emotivo/sensoriali e quindi di rielaborarle al fine di garantire un miglior equilibrio mentale; se ad esempio durante la giornata c’è stato un evento che ci ha entusiasmati o spaventati, durante la notte la nostra mente cerca di rielaborare e dare senso a quell’evento.

Il contributo della Psicoanalisi

Nell’era moderna fu Sigmund Freud, medico e padre della psicoanalisi, ad occuparsi dei sogni. Dopo aver scoperto il ruolo fondamentale della parte inconscia della mente nel determinare le nostre scelte apparentemente coscienti, Freud si accorse che i sogni (insieme a lapsus ed agli atti mancati) rappresentavano una porta d’accesso alla nostra interiorità.  E’ del 1899 lo storico libro “L’interpretazione dei sogni”, dove Freud introduce la dimensione simbolica del sogno: i sogni diventano espressione di desideri rimossi e allontanati dalla coscienza (perché ritenuti moralmente sbagliati), espressione di pulsioni sessuali ed aggressive che vengono censurate dalla nostra mente cosciente.

I sogni possiedono un contenuto manifesto, caratterizzato dalle immagini che il sognatore ricorda appena sveglio (es: i personaggi, gli ambienti, le azioni che avvengono) ed un contenuto latente, cioè i pensieri/desideri inconsci e rimossi che spingono per arrivare alla coscienza e che la nostra mente trasforma e camuffa attraverso il sogno perché il nostro “censore interno” (il Super-Io) ritiene indegni o sbagliati. Ecco che allora il sogno diventa per Freud come un rebus da risolvere, poiché il reale significato del sogno è nascosto, camuffato da immagini di cui bisogna riuscire a capire il significato simbolico.

I sogni quindi diventano uno strumento terapeutico, poiché attraverso di essi è possibile aiutare il soggetto a superare ingiustificati divieti e sensi di colpa trasmessi dall’educazione o dalla società. Il lavoro sui sogni diventa quindi un modo per capire veramente chi siamo, verso una piena realizzazione ed espressione di sé.

Dopo Freud altri eminenti personaggi della psicoanalisi si sono dedicati allo studio dei sogni e all’interpretazione dei loro significati, in particolare Carl Gustav Jung ( il padre della Psicologia Analitica) che vede i sogni come espressione di un inconscio collettivo (che si va ad aggiungere alla visione più soggettiva dell’inconscio proposta da Freud) con un patrimonio di immagini e simboli primitivi, primordiali e collettivi, definiti Archetipi. Essi sono portatori di un sapere antico, profondo capace di trasmettere saggezza ed energia; ecco perché nell’interpretazione dei sogni è importante cercare legami con miti, leggende e racconti patrimonio dell’umanità.

La psicoanalista Marie-Louise Von Franz (che fu per 30 anni collaboratrice di Jung) durante la sua carriera ha studiato ed interpretato più di 65.000 sogni; arriva così alla conclusione che il sogno è un tentativo di auto-guarigione della psiche perché ci indica il senso da seguire nella vita per realizzarci, individualizzarci, esprimere al massimo il nostro potenziale. Il sogno favorisce l’incontro con la nostra Ombra, cioè quella parte “nascosta” di noi stessi che è necessario scoprire ed accogliere per la nostra piena realizzazione; ad esempio a volte nei sogni la nostra parte Ombra può apparire con un personaggio brutto, rozzo, molto primitivo. Infatti nella nostra vita cosciente la cultura e l’educazione ci ha costretto ad indossare molte maschere e ad allontanarci dalla spontaneità; è proprio l’eccesso di perfezionismo che allontana l’Ombra.

Anche se non è possibile costruire un “dizionario dei sogni” (e quindi non conviene prendere sul serio quelli esistenti) poiché il significato è soggettivo e deve essere letto all’interno della storia e del percorso del singolo soggetto, tuttavia è possibile individuare alcune immagini tipiche presenti nei sogni ed il loro significato; ad esempio sognare mostri che ci inseguono o divorano, spesso significa che abbiamo delle parti nascoste del nostro Sé di cui non vogliamo sapere nulla e che si presentano nei sogni proprio perché vorrebbero farsi conoscere. Può capitare di sognare di ridare l’esame di maturità, che simbolicamente rappresenta il passaggio dall’adolescenza alla maturità; per alcuni è un sogno ricorrente che si può manifestare nei momenti di passaggio della vita dove c’è bisogno di cambiamenti che magari fatichiamo a realizzare. Sognare di cadere nel vuoto, associato ad una forte sensazione di paura, può indicare il timore dei propri istinti, di lasciarsi andare e mollare l’eccessivo controllo.

Come utilizzare i sogni nella nostra vita

Può capitare per un certo periodo della vita di non riuscire a ricordare i propri sogni. Spesso è dovuto semplicemente al fatto di aver perso l’abitudine a focalizzare l’attenzione e l’ascolto su questa dimensione della nostra vita psichica. Per riprendere a ricordarli Marie-Louise von Franz propone un semplice rito prima di andare a dormire: ogni notte prima di coricarsi bisogna chiedersi: “cosa sognerò stanotte?”. Basta porsi questa domanda per riattivare in noi l’attenzione verso il mondo onirico. Una buona abitudine è quella di lasciare vicino al letto carta e penna e al nostro risveglio segnare tutto quello che ci viene in mente dei sogni fatti, annotando le sensazioni e le emozioni provate durante il sogno. Non è necessario ragionarci troppo, ma è meglio lasciar fluire queste immagini dentro di noi durante il giorno e vedere se ci tornano in mente durante momenti specifici della nostra giornata; infatti se il sogna porta con sé un messaggio significativo prima o poi si rivelerà alla nostra coscienza, lo capiremo da soli.

Se invece il sogno vuole esprimere dei nostri nodi particolarmente problematici, ed avviene in un periodo della vita in cui sentiamo particolarmente ansiosi o depressi allora può essere utile rivolgersi ad un professionista (psicologo o psicoterapeuta) che sappia lavorare sui sogni, poiché rappresenta un’occasione molto preziosa per scoprire chi siamo e per una piena realizzazione di noi stessi.

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Pubblicato il Aprile 19, 2017Gennaio 2, 2021

La porta dei sogni: impariamo a leggere il linguaggio simbolico dei sogni ed a utilizzarlo in modo costruttivo nella vita di tutti i giorni

Mercoledì 26/4/2017 ci sarà la conferenza: “La porta dei sogni: impariamo a leggere il linguaggio simbolico dei sogni ed a utilizzarlo in modo costruttivo nella vita di tutti i giorni” (dott. Michele Verrastro)

Lo sapevi che passiamo circa 6 anni della nostra vita a sognare? Eppure nonostante passiamo molti anni della nostra vita a sognare la nostra cultura ha perso il rapporto esclusivo con i sogni che aveva in passato, come modo per contattare un territorio che non ha le regole ed i tempi della realtà materialista che oggi viviamo.

Spesso non riusciamo a ricordare i nostri sogni, un po’ per mancanza di attenzione verso questa dimensione un po’ per il nostro bisogno di capire immediatamente e incasellare razionalmente quello che ci succede: il mistero nel nostro mondo è qualcosa da allontanare, capire razionalmente e quindi rendere rassicurante e controllabile.

Eppure i sogni ci comunicano qualcosa di profondo ed autentico che spesso durante la giornata non riusciamo o non possiamo ascoltare. Durante la serata ripercorreremo la storia dell’interpretazione dei sogni dagli uomini primitivi ad oggi, con particolare riferimento al contributo della psicologia e della psicoanalisi. Impareremo insieme un metodo per ricordare i sogni ed utilizzarli per migliorare la nostra realizzazione personale.

La conferenza inizierà alle ore 20.30 e finirà alle 22.00, presso lo Studio Psicologico Verrastro. Si ricorda che E’ NECESSARIO PRENOTARE. Per informazioni e costi: michele.verrastro@gmail.com ; tel: 3332176670.

 

 

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Pubblicato il Aprile 28, 2015Gennaio 2, 2021

Psicologo online e psicoterapia online: efficacia.

 

Come lavora lo psicologo online? In cosa consiste la psicoterapia online?

E’ una normale forma di psicoterapia dove il colloquio, dalla fase di formulazione di una diagnosi al processo terapeutico, vengono svolti attraverso l’utilizzo di internet; i soggetti coinvolti non si trovano nella stessa stanza, ma comunicano da luoghi anche molto lontani.

Nonostante gli scetticismi iniziali, come spesso succede per tutti i cambiamenti epocali, da diversi anni ormai si sta diffondendo questa nuova tipologia di psicoterapia, la psicoterapia on-line appunto, dove il fattore principale di cambiamento rispetto al passato è nel “setting”, cioè nella cornice nella quale la terapia si svolge.

Basta infatti possedere una webcam ed una connessione veloce per poter fare terapia da qualsiasi parte del mondo. L’attuale sviluppo della psicoterapia on-line deriva delle prime ricerche di “telepsichiatria” e di “telemedicina” (telemedicine) che si svilupparono nel nord degli Stati Uniti ed in Australia a partire dal 1980 in poi ( Dongier, 1986; Preston et al., 1992; Baer et al., 1995; Kaplan, 1997; Brown, 1998; Gammon et al., 1998; Gelber, 1999; Zaylor, 1999.).

Il recente progresso della tecnologia applicata al web permette non solo di ascoltare la voce in tempo reale (come in una normale comunicazione telefonica; infatti da decenni ormai si sono diffuse la psicoterapia e la psicoanalisi “al telefono”) ma di poter comunicare anche con la mimica facciale e i movimenti corporei attraverso l’utilizzo di una webcam.

E’ possibile fare psicoterapia on-line?

Si è possibile.

Molte ricerche testimoniano ormai l’efficacia di questo tipo di terapia su molte tipologie di disturbi psicologici, tipo i disturbi d’ansia, la depressione, il panico, la fobia sociali etc.. Infatti, nonostante la distanza fisica del terapeuta e del paziente, si struttura una relazione che svolge una funzione terapeutica che può essere efficace nel lenire le sofferenze psichiche di chi chiede aiuto.

Ricorrere allo psicologo online può ad esempio essere utile nei casi di grande distanza geografica tra paziente e terapeuta, oppure nei casi in cui un determinato paziente non riesca ad affrontare il contatto diretto con il terapeuta e riesce a mettersi in gioco emotivamente in maniera più facile attraverso una maggiore distanza fisica; in questo caso la terapia on-line può essere un primo passo per poi passare a successivi incontri dal vivo, aiutando così il paziente ad uscire dall’isolamento.

L’utilizzo di internet permette inoltre al paziente di scegliere il proprio terapeuta potendo leggere il suo blog, sito, pubblicazioni, interviste etc. La scelta tra terapia on-line e off-line è infondo decisa dal paziente; ma la recente diffusione dell’ on-line offre un ulteriore possibilità di aiuto e sostegno nei momenti di difficoltà della vita.

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