Ipocondria: Sintomi, Cause e Strategie per Gestirla

Introduzione

L’ipocondria, oggi chiamata nel DSM-5 disturbo d’ansia da malattia, è una condizione psicologica caratterizzata da una preoccupazione persistente e ingiustificata riguardo alla propria salute. Chi soffre di ipocondria vive con l’idea costante di avere o di sviluppare una malattia grave, nonostante esami medici rassicuranti e l’assenza di reali sintomi clinici.

Questo disturbo non è soltanto una “paura eccessiva”, ma una condizione che può compromettere seriamente la qualità della vita, portando a stress, ansia, isolamento sociale e difficoltà relazionali.

In questo articolo esploreremo:

  • Cos’è l’ipocondria e come si manifesta
  • Le cause psicologiche e biologiche
  • I sintomi più comuni
  • Le differenze con una normale preoccupazione per la salute
  • Conseguenze psicologiche e relazionali
  • Consigli pratici per gestire l’ipocondria
  • Strategie di supporto psicologico ed esercizi utili

Cos’è l’ipocondria?

L’ipocondria è un disturbo legato all’ansia che porta la persona a interpretare in modo catastrofico segnali normali del corpo (come mal di testa, battito cardiaco accelerato, sensazioni gastrointestinali).

Un leggero dolore muscolare può essere percepito come segno di tumore; un colpo di tosse come sintomo di una malattia polmonare grave. La mente della persona ipocondriaca tende a concentrarsi eccessivamente sul corpo, interpretando ogni variazione fisiologica come una minaccia.

Il DSM-5 ha ridefinito questo disturbo in due categorie principali:

  1. Disturbo d’ansia di malattia: preoccupazione per la salute senza sintomi significativi.
  2. Disturbo da sintomi somatici: presenza di sintomi fisici reali, ma amplificati da ansia e interpretazioni catastrofiche.

Cause dell’ipocondria

L’origine dell’ipocondria è multifattoriale. Alcuni dei fattori più comuni includono:

1. Esperienze precoci

  • Aver vissuto malattie gravi in famiglia
  • Essere cresciuti con genitori molto ansiosi riguardo alla salute
  • Aver perso una persona cara a causa di una malattia improvvisa

2. Fattori cognitivi

  • Tendenza a focalizzarsi su stimoli corporei
  • Difficoltà a tollerare l’incertezza
  • Pensiero catastrofico (“se ho mal di testa, significa che ho un tumore cerebrale”)

3. Fattori biologici

  • Iperattività del sistema nervoso autonomo
  • Maggiore sensibilità interocettiva (percezione dei segnali interni del corpo)

4. Fattori sociali e culturali

  • Sovraesposizione a notizie sanitarie (specialmente online)
  • Ricerca compulsiva di sintomi su internet, detta anche cybercondria

Sintomi dell’ipocondria

I sintomi dell’ipocondria possono variare, ma i più comuni includono:

  • Preoccupazione costante per la salute
  • Interpretazione catastrofica di sintomi lievi
  • Ricerca frequente di rassicurazioni mediche
  • Paura di contrarre malattie infettive o degenerative
  • Ansia intensa prima o dopo visite mediche
  • Difficoltà a credere ai risultati negativi degli esami clinici
  • Evitamento di luoghi o persone per paura di contagio
  • Controllo ossessivo del corpo (palpazioni, misurazione della pressione, controllo della temperatura)

Differenza tra normale preoccupazione e ipocondria

Tutti, almeno una volta, ci siamo preoccupati della nostra salute. La differenza è che:

  • Una preoccupazione normale è proporzionata, temporanea e si riduce con rassicurazioni mediche.
  • Nell’ipocondria, invece, la paura è persistente, sproporzionata e resiste anche alle rassicurazioni.

Esempio: una persona senza ipocondria, dopo un esame del sangue normale, si tranquillizza. Una persona ipocondriaca, invece, pensa che ci sia stato un errore di laboratorio o che la malattia non sia ancora emersa.

Conseguenze psicologiche e relazionali

L’ipocondria può compromettere diversi aspetti della vita:

  • Relazioni familiari: i familiari possono sentirsi impotenti o esasperati dalle continue richieste di rassicurazione.
  • Relazioni sociali: evitare luoghi pubblici o contatti per paura di malattie porta a isolamento.
  • Carriera e lavoro: frequenti assenze per visite mediche e difficoltà di concentrazione riducono la produttività.
  • Benessere psicologico: ansia cronica, insonnia e possibili sintomi depressivi.

Consigli pratici per gestire l’ipocondria

Ecco alcune strategie efficaci per chi convive con l’ipocondria:

1. Limitare le ricerche online sulla salute

La “cybercondria” alimenta l’ansia. Una regola utile è stabilire un tempo massimo (es. 15 minuti a settimana) per informarsi da fonti affidabili.

2. Tenere un diario delle preoccupazioni

Annotare i momenti in cui sorgono i pensieri ipocondriaci aiuta a riconoscerne i pattern ricorrenti e a prendere distanza.

3. Praticare la mindfulness

La mindfulness aiuta a restare nel presente, riducendo la tendenza a rimuginare su scenari catastrofici. Bastano 10 minuti al giorno di esercizi di respirazione consapevole.

4. Differenziare i fatti dai pensieri

Chiedersi: “Ho prove concrete della mia malattia o è solo un pensiero ansioso?”. Questo esercizio di ristrutturazione cognitiva riduce la potenza delle paure.

5. Stabilire un rapporto stabile con un medico di fiducia

Evitare di consultare continuamente nuovi specialisti. Avere un medico di riferimento riduce la ricerca compulsiva di diagnosi.

6. Sfidare gradualmente i comportamenti di evitamento

Se si evita di andare in certi luoghi per paura di malattie, è utile esporsi gradualmente, accompagnati da tecniche di rilassamento.

7. Coltivare interessi e attività gratificanti

Sport, hobby e relazioni positive riducono il tempo e l’energia mentale dedicati alle paure per la salute.

Trattamenti psicologici efficaci

La psicoterapia rappresenta il trattamento più indicato per l’ipocondria. In particolare:

1. Psicoterapia cognitivo-comportamentale (CBT)

  • Aiuta a identificare i pensieri distorti
  • Fornisce strumenti per gestire l’ansia
  • Propone tecniche di esposizione e prevenzione delle rassicurazioni

2. Terapia metacognitiva

Si concentra sui processi di pensiero ripetitivi e sul controllo eccessivo dei sintomi corporei.

3. Psicoterapia psicodinamica

Esplora le radici profonde dell’ansia legata alla salute, spesso legata a paure inconsce di perdita, abbandono o morte.

4. Supporto farmacologico (nei casi gravi)

In alcuni casi, un medico psichiatra può valutare l’uso di farmaci ansiolitici o antidepressivi per ridurre i sintomi più invalidanti.

Esercizi pratici per chi soffre di ipocondria

Esercizio 1: Il “diario delle prove”

Scrivi ogni volta che temi di avere una malattia grave. Poi, dopo qualche giorno, rileggi e verifica se la paura si è avverata. Questo esercizio mostra come le preoccupazioni raramente si concretizzino.

Esercizio 2: Tecnica del “tempo della preoccupazione”

Stabilisci 20 minuti al giorno in cui “concederti” di pensare alla tua salute. Fuori da questo tempo, se arriva il pensiero, rimandalo al momento prestabilito.

Esercizio 3: Meditazione del corpo neutrale

Siediti e osserva le sensazioni del corpo senza etichettarle come buone o cattive. Notale e lasciale andare. Questo riduce l’iperfocalizzazione catastrofica.

Quando chiedere aiuto?

Se la preoccupazione per la salute diventa costante, interferisce con la vita quotidiana e non si riduce nonostante le rassicurazioni mediche, è importante rivolgersi a uno psicoterapeuta.

Il percorso terapeutico può essere un’occasione preziosa non solo per ridurre i sintomi dell’ipocondria, ma anche per imparare a vivere con maggiore serenità, accettando l’incertezza che fa parte della condizione umana.

Conclusione

L’ipocondria non è una semplice paura immotivata, ma un disturbo psicologico che può pesare sulla vita personale, lavorativa e sociale. Riconoscerla è il primo passo verso la guarigione.

Attraverso la psicoterapia, esercizi pratici e strategie quotidiane, è possibile imparare a gestire l’ansia per la salute, recuperando un rapporto più sereno con il proprio corpo e con la vita.

Ricorda: la salute non è solo assenza di malattia, ma capacità di vivere con equilibrio tra mente e corpo.

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Perché non riesci a staccarti dallo smartphone? La verità psicologica sulla dipendenza digitale.

“Quante volte hai detto a te stesso: ‘Solo 5 minuti su Instagram…’ e poi ti sei ritrovato a scrollare per mezz’ora?

Se anche tu senti di non riuscire a staccarti dallo

smartphone, non sei solo.

In questo video scopriamo perché il nostro cervello diventa dipendente dallo smartphone, cosa succede a livello psicologico…

e soprattutto, come puoi iniziare a riprendere il controllo del tuo tempo e della tua mente.”

dipendenza da smartphone

Introduzione

Viviamo in un’epoca in cui lo smartphone è diventato una vera e propria estensione del nostro corpo e della nostra mente.

Lo utilizziamo per comunicare, informarci, lavorare, distrarci, ricordare, orientarci.

Tuttavia, questo potente strumento può trasformarsi in una trappola: sempre più persone sviluppano una vera e propria dipendenza da smartphone, con effetti negativi sulla salute mentale, sulle relazioni e sulla qualità della vita.

In questo articolo esploreremo il fenomeno della dipendenza da smartphone, analizzandone le cause psicologiche, i sintomi più comuni, i meccanismi mentali coinvolti e le strategie terapeutiche per affrontarla.

Cosa si intende per dipendenza da smartphone?

La dipendenza da smartphone non è solo “usare tanto il telefono”. La dipendenza da smartphone non è ancora classificata come disturbo specifico nei principali manuali diagnostici (come il DSM-5), ma la comunità scientifica concorda nel riconoscerla come una forma di dipendenza comportamentale.

Viene spesso associata ad altri disturbi come l’Internet Addiction Disorder o la nomofobia (paura di restare senza telefono).

Si tratta di un uso eccessivo, impulsivo e disfunzionale del telefono, che genera una perdita di controllo e un significativo impatto negativo su vari ambiti della vita: lavoro, studio, relazioni sociali, sonno, autostima e benessere psicologico. Smettere provoca ansia o irrequietezza.

La psicologia considera questa una vera e propria dipendenza comportamentale: non c’è una sostanza, come nelle droghe, ma c’è comunque un circuito di ricompensa cerebrale che si attiva.

Il nostro cervello viene continuamente ricompensato con notifiche, like, messaggi, video…

Ogni volta riceviamo una piccola dose di dopamina, il neurotrasmettitore del piacere.

I sintomi della dipendenza da smartphone

Come si riconosce una dipendenza da smartphone? Ecco alcuni segnali chiari:

  1. Uso eccessivo e incontrollato: passi ore al giorno sul telefono, anche senza uno scopo preciso. Ti capita di usarlo mentre mangi, guidi, sei in compagnia o a letto. Lo controlli in continuazione, anche senza notifiche.
  2. Ansia da disconnessione: provi ansia o irritabile se non hai il telefono a portata di mano. Ti preoccupa l’idea di perdere messaggi o notifiche. Provare a restare disconnesso ti causa disagio.
  3. Danni alle relazioni e alla produttività. Le relazioni personali ne risentono (partner, amici, familiari). Il lavoro o lo studio ne vengono compromessi. Ti distrai facilmente e fai fatica a concentrarti.
  4. Negligenza di bisogni primari. Dormi poco o male perché usi il telefono fino a tardi. Rimandi impegni o attività fisiche a causa del telefono. Ti dimentichi di mangiare o di prenderti cura di te.
  5. Negazione del problema. Ti giustifichi dicendo che “tutti usano il telefono così”. Ti infastidisce quando qualcuno ti fa notare il problema. Hai provato a ridurre l’uso, ma senza successo.

Come lo smartphone crea dipendenza?

Le app sono progettate per catturare e mantenere la nostra attenzione.

Ecco alcune strategie psicologiche usate:

  1. Notifiche push: creano anticipazione. Ci dicono “Ehi! Qualcosa sta succedendo!”
  2. Scroll infinito: come una slot machine. Ogni volta che scorri, il cervello spera di trovare qualcosa di interessante.
  3. Like e commenti: rinforzano il bisogno di approvazione sociale.

Inoltre, spesso usiamo lo smartphone per evitare emozioni spiacevoli: noia, ansia, solitudine.

Diventa quindi un meccanismo di regolazione emotiva.

In psicologia si parla di rinforzo intermittente: come nei giochi d’azzardo, non sai mai quando riceverai una ricompensa, e questo mantiene l’attenzione ancora più viva.

Le cause psicologiche della dipendenza da smartphone.

La dipendenza da smartphone non nasce dal nulla. Dietro a questo comportamento ci sono meccanismi psicologici profondi e fattori socioculturali che alimentano l’uso compulsivo del dispositivo.

  1. Ricerca di gratificazione immediata: Ogni notifica, messaggio o “mi piace” genera una scarica di dopamina, il neurotrasmettitore del piacere. Questa gratificazione immediata rinforza il comportamento, creando un circuito simile a quello delle dipendenze da sostanze.
  2. Evitamento emotivo: Molte persone usano lo smartphone per fuggire da emozioni difficili come noia, ansia, solitudine o stress. Scrollare i social o guardare video diventa un modo per anestetizzare il disagio emotivo.
  3. Bisogno di approvazione sociale: I social media amplificano il bisogno di essere visti, accettati, apprezzati. Ogni “like” viene vissuto come una conferma del proprio valore personale. Questo genera una dipendenza dall’approvazione altrui.
  4. FOMO – Fear of Missing Out: La paura di perdersi qualcosa di importante (notizie, eventi, messaggi) spinge molte persone a controllare lo smartphone in modo compulsivo. Il timore di essere tagliati fuori è uno dei motori principali dell’uso eccessivo.
  5. Mancanza di regolazione interna: in molti casi, l’uso disfunzionale dello smartphone è legato a scarsa consapevolezza di sé, difficoltà nella gestione del tempo, impulsività e assenza di limiti interni.

Quali sono gli effetti psicologici?

La dipendenza da smartphone può portare a diversi effetti negativi sul benessere psicologico:

  1. Ansia e agitazione quando il telefono non è a portata di mano (nomofobia).
  2. Disturbi del sonno, soprattutto per l’uso serale o notturno.
  3. Calo dell’attenzione e difficoltà a concentrarsi.
  4. Bassa autostima, confrontandosi costantemente con gli altri sui social.
  5. Isolamento sociale: paradossalmente, più connessi online, ma meno presenti nella vita reale.

Come uscirne? Strategie psicologiche.

Non serve eliminare lo smartphone. Serve cambiare il rapporto che abbiamo con lui.

Ecco alcuni consigli psicologici efficaci:

  1. Consapevolezza: monitora quanto e quando lo usi. Ci sono app per questo (come “Digital Wellbeing” o “Moment”).
  2. Prendi nota dei momenti in cui usi il telefono automaticamente.
  3. Rifletti sulle emozioni che provi prima e dopo l’uso.
  4. Imposta un limite di tempo giornaliero per app specifiche.
  5. Elimina le notifiche non essenziali. Il silenzio è d’oro… e calma il cervello.
  6. Stabilisci momenti senza telefono: mentre mangi, prima di dormire, o al mattino appena sveglio.
  7. Crea alternative sane: porta con te un libro, ascolta musica, fai una passeggiata, pratica sport, coltiva relazioni sane.
  8. Impara tecniche di gestione dello stress (mindfulness, respirazione, journaling).
  9. Prova il digital detox: un giorno o un weekend senza smartphone.
  10. Cerca supporto psicologico: Quando la dipendenza da smartphone è radicata, può essere utile rivolgersi a uno psicologo finalizzato a individuare le cause profonde del comportamento, lavorare sulla regolazione emotiva, rafforzare l’autoefficacia e l’autostima, riscoprire una relazione sana con la tecnologia.

La chiave è riappropriarti della tua attenzione, perché è una delle risorse più preziose che hai.

Conclusioni

Se ti sei riconosciuto in queste dinamiche, non sentirti in colpa.

Il sistema è progettato per agganciarti. Ma con un po’ di consapevolezza e strategia, puoi riprendere in mano il controllo.

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Ansia quando tutto va bene: quando la felicità genera inquietudine.

Ansia quando tutto va bene

Introduzione

Hai mai provato ansia proprio nel momento in cui tutto sembrava andare per il meglio? Provare ansia quando tutto va bene è un fenomeno molto più comune di quanto si pensi. Un nuovo lavoro, una relazione appagante, una fase serena della tua vita… eppure, sotto la superficie, una voce interiore sussurra che qualcosa potrebbe andare storto. Se ti riconosci in questa sensazione, sappi che non sei solo.
In questo articolo esploreremo in profondità questo paradosso psicologico: perché l’ansia si presenta proprio nei momenti di calma e successo? Quali meccanismi mentali la alimentano? Come affrontarla in modo costruttivo? Scopriremo anche come questa forma di ansia può diventare un’occasione per comprendere meglio noi stessi.

Cos’è l’ansia “paradossale”?

L’ansia è una risposta naturale del corpo e della mente a una minaccia percepita. Ma cosa succede quando quella minaccia non esiste? Quando tutto sembra, razionalmente, andare bene? In questi casi parliamo di ansia anticipatoria o ansia paradossale: uno stato emotivo in cui l’individuo si sente in allerta o preoccupato nonostante non ci sia un pericolo reale.

I sintomi più comuni

Chi sperimenta ansia anche quando la vita è serena può manifestare:
• Pensieri catastrofici (“E se qualcosa andasse storto?”)
• Difficoltà a rilassarsi o godersi il momento presente
• Sensazione di colpa per sentirsi bene
• Paura che la felicità sia “troppo bella per durare”
• Tensione muscolare, affaticamento, insonnia
• Bisogno di ipercontrollo su ogni aspetto della vita.

Perché proviamo ansia quando tutto va bene?

Questa forma di ansia può avere molteplici radici psicologiche, spesso intrecciate tra loro. Ecco le più comuni:

1. Paura dell’imprevedibilità

Molte persone sviluppano un bisogno di controllo come risposta a traumi passati o esperienze destabilizzanti. Quando la vita va bene, l’assenza di problemi può far emergere una sensazione di incertezza: “Per quanto durerà questa pace?”. La felicità, non essendo completamente sotto controllo, può sembrare pericolosa.

2. Schemi mentali negativi interiorizzati

Se durante l’infanzia o l’adolescenza hai interiorizzato l’idea che “la felicità non dura” o che “non meriti il successo”, potresti inconsciamente sabotare il tuo benessere. Questi schemi cognitivi disfunzionali, spesso derivanti da modelli genitoriali o educativi, creano un conflitto tra ciò che vivi e ciò che credi di meritare.

3. Abitudine al disagio

Alcune persone crescono in ambienti emotivamente instabili o stressanti. In questi casi, il cervello si abitua a vivere in uno stato costante di allerta. Quando finalmente si raggiunge una fase di serenità, il sistema nervoso – ancora regolato sulla modalità “sopravvivenza” – può rispondere con ansia.

4. Fobia della felicità

Sì, esiste davvero. È chiamata cherofobia, ovvero la paura di essere felici. Chi ne soffre può temere che la felicità sia seguita inevitabilmente da qualcosa di brutto. Questo meccanismo può portare a evitare attivamente situazioni gratificanti o a provare ansia proprio nei momenti di gioia.

5. Conflitto tra desideri e paure

A volte il benessere raggiunto attiva desideri profondi, come investire in una relazione, cambiare lavoro o mettersi in gioco. Ma questi desideri possono anche generare paure inconsce: paura di fallire, di non essere all’altezza, di deludere gli altri. L’ansia emerge come sintomo di questo conflitto interno.

6. Senso di colpa del “sopravvissuto”

Alcune persone si sentono inconsciamente in colpa se la loro vita è migliore di quella dei loro cari e delle persone che stanno intorno a loro. Questo specifico senso di colpa è stato per la prima volta individuato nei sopravvissuti ai cambi di concentramento che si sentivano in difetto per essere sopravvissuti a differenza dei loro familiari e amici.

Il ruolo del cervello: un’ipotesi evolutiva

Dal punto di vista evolutivo, il cervello umano è progettato per prevedere e prevenire i pericoli. Nei momenti di tranquillità, può attivare una sorta di “scansione del pericolo” per individuare minacce potenziali, anche quando non ce ne sono. È un tentativo del nostro sistema nervoso di “prepararsi al peggio”, nel timore che la calma sia solo temporanea.

Come distinguere un’ansia fisiologica da un disturbo

Provare un po’ di preoccupazione o inquietudine, anche quando le cose vanno bene, può essere normale. Ma quando questa sensazione:
• è frequente o persistente
• compromette la tua capacità di goderti la vita
• ti porta a evitare situazioni positive
• si manifesta con sintomi fisici ricorrenti (tachicardia, insonnia, tensione)
…allora è il caso di approfondire. Potrebbe trattarsi di un disturbo d’ansia generalizzato (GAD) o di un disturbo d’ansia con caratteristiche atipiche.

Cosa fare se provi ansia anche quando tutto va bene

1. Riconosci e accetta l’ansia

Il primo passo per gestire l’ansia è accettarla senza giudicarti. Spesso, chi vive questo tipo di ansia si vergogna: “Come posso sentirmi così se la mia vita va bene?”. In realtà, l’ansia non segue la logica, ma emozioni profonde. Accogliere ciò che senti è già una forma di guarigione.

2. Metti in discussione i pensieri automatici

Impara a riconoscere i pensieri distorti o catastrofici. Alcuni esempi comuni:
• “Va tutto troppo bene, qualcosa andrà male”
• “Non mi merito questa felicità”
• “Meglio non affezionarsi troppo a questo momento”
La terapia cognitivo-comportamentale (CBT) lavora proprio su questi pensieri, aiutandoti a sostituirli con interpretazioni più realistiche e rassicuranti.

3. Lavora sulle tue convinzioni profonde

L’ansia che emerge nei momenti positivi può rivelare convinzioni inconsce su te stesso e sul mondo. Chiediti:
• Cosa credo di meritare davvero?
• Che idea ho della felicità? La vedo come instabile, pericolosa, irraggiungibile?
• Quali esperienze passate influenzano il mio rapporto con il benessere?
Un percorso terapeutico può aiutarti a portare a galla queste credenze e trasformarle.

4. Allena la consapevolezza del momento presente

La mindfulness è una pratica efficace per uscire dal circuito dell’ansia anticipatoria. Riporta la tua attenzione al “qui e ora”, allenando la mente a godere del presente senza giudicarlo né temere il futuro. Anche solo 10 minuti al giorno di meditazione possono fare la differenza.

5. Normalizza la felicità

Sì, anche la felicità ha bisogno di essere normalizzata. Non è un lusso né un’illusione passeggera: è una parte legittima della vita. Più ti abitui a vivere momenti positivi senza sospetto, più il cervello imparerà che può sentirsi al sicuro anche nella gioia.

Quando rivolgersi a un professionista

Se l’ansia diventa pervasiva o ti impedisce di vivere serenamente, non esitare a chiedere aiuto. Uno psicologo o psicoterapeuta può offrirti gli strumenti per:
• comprendere le radici della tua ansia
• sviluppare nuove modalità di pensiero
• regolare meglio le tue emozioni
• costruire un rapporto più sano con la felicità
Ricorda: non c’è nulla di sbagliato in te. Provare ansia nei momenti felici è una richiesta di ascolto, non un difetto da correggere.

Conclusione

L’ansia quando tutto va bene può sembrare paradossale, ma è un segnale importante. Racconta di ferite, paure e credenze che meritano di essere viste e accolte. Non combatterla, ma ascoltala. Dietro quel disagio potrebbe esserci il tuo desiderio più autentico: imparare a fidarti della serenità, godere senza paura, e accogliere la felicità come un diritto, non come un rischio.

Domande frequenti (FAQ)

1. È normale provare ansia anche quando va tutto bene?

Sì, è più comune di quanto si pensi. Molte persone sperimentano ansia in momenti di felicità per timore che qualcosa possa rovinarla.

2. L’ansia quando tutto va bene può diventare un disturbo?

Sì, se è persistente e compromette il benessere quotidiano può rientrare nei disturbi d’ansia e va trattata con l’aiuto di un professionista.

3. Qual è la terapia più indicata per questo tipo di ansia?

La terapia cognitivo-comportamentale (CBT) è particolarmente efficace, ma anche approcci basati sulla consapevolezza (mindfulness) o la psicoterapia psicodinamica possono essere utili.

4. Devo sentirmi in colpa se non riesco a godermi la felicità?

Assolutamente no. L’ansia non è una colpa ma una richiesta di ascolto. Può indicare una difficoltà profonda che merita attenzione, non giudizio.
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Madre covert: come si comporta con sua figlia?

madre covert e sua figlia

Buongiorno a tutti e benvenuti in questo mio nuovo video-articolo. Oggi torno a parlare di madri covert; in particolare voglio soffermarmi sul rapporto che si crea fra una madre narcisista covert e sua figlia.

Infatti il tipo di rapporto che si può costruire fra una madre covert e un figlio è diverso rispetto a quello che si crea con una figlia; si creano dinamiche psicologiche diverse con ripercussioni differenti. Qui sotto trovi il link per vedere il video.

Cosa vuol dire narcisismo covert?

Dobbiamo distinguere fra un vero e proprio disturbo narcisistico di personalità e una persona con tratti narcisistici. In questo caso specifico mi concentro principalmente su delle madri che hanno un vero e proprio disturbo di tipo narcisistico e non semplici tratti.

Il narcisismo covert (termine inglese che si può tradurre con l’aggettivo “coperto”) è caratterizzato da un forte egocentrismo, bisogno di ammirazione e di grandiosità, espressi in modo passivo, nascosto da una apparente timidezza, riservatezza e insicurezza. (ecco il link alla playlist di video che ho dedicato al narcisismo covert

Manca spesso una vera capacità empatica, intesa come la capacità di mettersi nei panni dell’altro e di capire emotivamente che cosa creano le proprie azioni e parole nell’altro.

Mentre nel narcisismo overt tutto questo è molto accentuato, evidente, espresso in modo arrogante, invece il narcisismo covert è un narcisismo più nascosto da un’apparente fragilità ma in realtà, approfondendo la conoscenza con queste persone, ci si rende conto che hanno una forte concentrazione su se stessi e sui loro bisogni; hanno bisogno di sentirsi sempre al centro della vita dell’altro e di ricevere riconoscimenti sul proprio valore e capacità.

madre covert e sua figlia

Madre covert: caratteristiche principali.

Come si può facilmente immaginare, una madre covert non riesce a portare avanti le normali funzioni di una madre psicologicamente matura: proteggere, saper ascoltare e soddisfare i bisogni principali dei figli, promuovere la fiducia in se stessi e accompagnarli nel percorso di individuazione, cioè diventare autonomi e realizzati trovando la propria strada.

Invece, accadrà che i figli verranno colpevolizzati se cercheranno di staccarsi e rendersi autonomi. Nel loro egocentrismo, queste madri pretendono che i loro bisogni vengono capiti, compresi, ascoltati, appoggiati e soddisfatti.

Nonostante questo aspetto di fragilità di passività e di bisogno continuo poi in realtà sono solo concentrate su loro stesse; pretendono che i figli siano sempre disponibili.

Se questo non succede possono diventare anche molto “cattive” , vendicandosi o diventando aggressive in modo diretto ma soprattutto in modo indiretto con il silenzio punitivo.

Queste donne hanno anche tratti ansiosi; possono soffrire di attacchi di panico e fobie di vario tipo (ipocondria, agorafobia ecc..)

Madre covert: come gestisce i rapporti?

Nel mondo lavorativo si sentono di essere state maltrattate, non sentono di essere state capite, valorizzate o premiate nella carriera. Però se approfondisci il discorso ti rendi conto che è un’aspettativa irrealistica perché magari non avevano un talento così incredibile nel loro lavoro o non si sono in realtà dedicate così tanto proprio al lavoro.

Si descrivono sicuramente come molto generose, disponibili e sacrificali per gli altri.

Magari hanno fatto una piccola cosa per qualcun altro, compreso per i figli, ma la descrivono agli amici ai parenti o ai figli stessi come qualcosa di grandioso. Se hanno fornito un piccolo aiuto economico o un piccolo aiuto alla vita pratica di ogni giorno, ciò viene descritto, esagerando, come un grandissimo sacrificio, una cosa importantissima.

I mariti di queste donne di solito sono uomini poi passivi, dipendenti, succubi. Sono uomini che hanno dedicato la loro vita a soddisfare i bisogni di queste donne sentendosi anche maltrattati e svalutati.

Madre covert: come si comportano con le figlie?

Verso le figlie sanno essere molto critiche, fino proprio al bullismo e alla crudeltà.

E’ difficile che arrivino complimenti genuini o uno sguardo valorizzante e benevolo; non sanno essere supportive con le parole o con i fatti; infatti provano invidia verso le caratteristiche positive delle loro figlie. Si sentono subito inferiori e minacciate dal loro valore.

Cercano di mantenerle sotto scacco psicologiche con critiche distruttive e continue. La sensazione che viene trasmessa è di non essere mai abbastanza.

Questi figlie quando crescono e diventano donne, non si sentono mai abbastanza o adeguate, ma sempre meno degli altri. Vengono paragonate in modo svalutante ai figli di altre familgie.

Queste madri pretendono che le figlie siano praticamente delle loro dame di compagnia, che siano sempre a disposizione, che ci siano sempre quando queste madri hanno bisogno. Se queste figlie si ribellano vengono fatte sentire in colpa, irriconoscenti e egoiste.

Quindi in realtà queste madri non permettono che avvenga quel sano momento di separazione che c’è in ogni rapporto fra genitori e figli; anzi promuovono la dipendenza affettiva e psicologica da loro.

Sono invidiose delle loro figlie. Sono invidiose della loro giovinezza, magari della loro bellezza o del loro successo professionale. Per questo motivo diventano molto svalutanti, le criticano in modo più o meno sottile per poter riprendere una posizione di potere e superiorità.

Cosa succede se queste figlie si ribellano?

Se le figlie osano criticare queste madri o in qualche modo esprimere un no, allora verranno aggredite verbalmente e verranno fatte sentire rifiutate.

Saranno accusate di essere irriconoscenti.

Ciò accade perché uno dei problemi di base del narcisismo è proprio il mettersi in discussione.

Per una persona con personalità narcisista è molto difficile far vedere le proprie fragilità, i propri difetti, perché si sentono immediatamente sbagliate. Non riescono a mantenere dentro di loro un’immagine in chiaro/scuro.

Infatti tutti noi abbiamo pregi e difetti, aspetti più funzionali e aspetti meno funzionali.

Ma questo è intollerabile per un narcisista. Così se una figlia “osa” in qualche modo fare una critica esprimere un bisogno, viene vissuto come un attacco personale e come tale quindi a quel punto la madre covert si difende attaccando a sua volta in modo passivo attraverso la colpevolizzazione.

Come si sentiranno queste figlie da grandi?

Da adulte saranno donne piene di sensi di colpa; spesso si sentiranno inadeguate e mai veramente realizzate e serene con se stesse. Avranno spesso la sensazione di non essere abbastanza o comunque di di sentirsi in colpa in particolare verso la madre.

Una madre di questo tipo non riesce ad aiutare le figlie a costruirsi una loro autostima sana, con la possibilità di tenere dentro di sé sia aspetti negativi che aspetti positivi e di imparare attraverso la propria madre a valorizzare le proprie caratteristiche individuali, nelle loro specificità e unicità.

Come convivere con una madre covert?

Convivere con questo tipo di madre è molto complesso e difficile.

Chiaramente dipende anche dal livello di gravità del narcisismo.

Quello che può fare una figlia è molto semplicemente cercare di prendere distanza da una madre di questo tipo; prendere distanza sia a livello psicologico (migliorando la propria autostima e assertività da sola o attraverso un aiuto professionale) sia a livello fisico mettendo una giusta distanza.

Mettere una distanza fisica vuol dire andare il prima possibile a vivere da soli cercando anche di ridurre il più possibile i rapporti con queste madri, riducendo proprio il rapporto solo a i momenti più purtroppo inevitabili.

E’ importante coltivare il sano egoismo che ti fa dire: “ok, tanto questa persona anche se è mia madre non la posso cambiare e a differenza di quello che dice, non le devo nulla, perché nessuno chiede o sceglie di nascere“.

Ognuno di noi nasce per un atto egoistico dei nostri genitori, nessuno di noi chiede di nascere.

Ma la posizione genitoriale più sana è quella di voler generare una un figlio/a per godere del fatto di veder crescere una vita e di vederla pian piano spiccare il volo e diventare autonomo/a.

I figli non sono il bastone della vecchiaia dei genitori; i figli non sono tenuti a dare soddisfazioni o realizzare i sogni e desideri dei genitori.

Conclusioni

Relazionarsi con una madre narcisista covert è sicuramente molto complesso e difficile.

Come spero di aver spiegato chiaramente, il punto di svolta è lavorare sulla propria autostima, assertività e autonomia, riconoscendo i tentativi di manipolazione e di colpevolizzazione, in modo da non caderci.

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Relazioni tossiche: come riconoscerle e come gestirle

Ciao a tutti e benvenuti in questo mi nuovo video – articolo. Oggi vi voglio parlare di relazioni tossiche. Cercherò di spiegare come fare a riconoscerle e come gestirle.

relazioni tossiche

Introduzione

Che cosa si intende per relazioni tossiche? Cercherò di darne una definizione in base alla mia esperienza come psicologo e psicoterapeuta. In generale una relazione può definirsi tossica quando è una relazione dove non riusciamo ad essere noi stessi, cioè la nostra soggettività, le nostre particolarità, la nostra libertà non sente di potersi esprimere, quindi non ci sentiamo liberi di portare in questa relazione i nostri pensieri e bisogni (emotivi e pratici) o perché diventiamo troppo passivi (ad esempio se ci mettiamo nella posizione di vittima) e ci reprimiamo, oppure se diventiamo troppo aggressivi, troppo impositivi.

Quindi una relazione diventa tossica quando ciascuno dei due è di ostacolo alla crescita psicologica dell’altro. Infatti è importante ricordare che si tratta di una dinamica psicologica e quindi sono entrambi gli individui che si comportano in modo da rendere tossica la relazione.

Riattivare traumi del passato

Se mi rendo conto di impedire al mio partner o alla mia partner di avere ad esempio altre relazioni e amicizie, interessi al di fuori della coppia, perché magari sono troppo geloso, questo è segno di possibile tossicità all’interno del rapporto.

Un partner diventa tossico quando riattiva vecchie ferite psicologiche nell’altro partner, cioè quando riattiva traumi del proprio passato. Traumi è una parola che può essere usata sia per situazioni vissute nell’infanzia apparentemente non gravi che però hanno segnato la nostra psiche ( es: un genitore che spesso mi svalutava e mi faceva sentire sbagliato o inadeguato) sia rispetto a situazioni vissute nell’infanzia molto forti e intense, i cosiddetti traumi da shock (es: violenza fisica o sessuale, morte improvvisa di un genitore ecc..)

Quindi a volte i nostri partner possono essere “ritraumatizzanti”, cioè riattivano delle nostre ferite. Faccio un esempio: se nella mia infanzia i miei genitori mi facevano sentire pesante nei miei bisogni, si mostravano infastiditi quando avevo delle richieste e adesso sto con una persona che si mostra disinteressata o infastidita per delle mie richieste giuste, ecco che allora questa relazione del presente potrebbe riattivare i miei traumi e ferite psicologiche infantili.

Relazioni tossiche: alcuni esempi

Vediamo alcuni esempi pratici di relazioni tossiche. Ad esempio mi rendo conto di essere troppo focalizzato su di me oppure il partner su se stesso, se vedo il mio partner che si disinteressa dei miei bisogni e sembra provare fastidio nel venirmi incontro, non cercando mai di mediare ma si impone nella relazione o in modo attivo (con un atteggiamento arrogante e prepotente) oppure in maniera passiva (attraverso i musi lunghi, togliendomi come dire la parola, diventando molto permaloso) questi possono essere tutti segnali di tossicità.

Infatti chiudersi e non parlare, non cercare una mediazione, non spiegare i propri bisogni diventa comunque un modo per manipolare l’altro.

Se in una relazione non abbiamo mai tempo per l’altro e abbiamo sempre altre cose più importanti da fare come impegni lavorativi inderogabili, anche questo è segno di un rapporto che va rivisto.

La mancanza di sincerità, o comunque il fatto di rendersi conto che gran parte della propria vita e pensieri, non vengono raccontati o vengono edulcorati e filtrati (non parlo di piccole cose) questo significa che c’è qualcosa che non va nel rapporto.

In altri casi può succedere che ci si sente troppo spesso in colpa verso il partner e ci si sacrifica eccessivamente mettendo da parte i propri bisogni e desideri perché si è convinti che questo atteggiamento può salva la relazione.

Come gestire o uscire da relazioni tossiche?

Vi descrivo alcuni atteggiamenti e consapevolezze che possono essere molto utili per uscire da una relazione tossica.


1) smettere di sacrificarsi per l’altro: l’amore non è basato sul sacrificio o sull’ abnegazione. Quindi basta fare l’infermiera per il proprio partner. È un campanello dall’arme che ci dice che non siamo più in un rapporto di coppia ma che siamo finiti in un rapporto di tipo genitoriale, cioè facciamo il genitore per il nostro partner.

2) smettere di imporsi agli altri: è importante prenderne consapevolezza e smettere di farlo perché imporsi con manipolazioni, sensi di colpa, ricatti affettivi o aggressività fisica o verbale distrugge il rapporto.

3) imparare a rispettare i limiti miei e i limiti dell’altro: ognuno deve essere abbastanza maturo e libero da sviluppare un sano egoismo. Gli altri non possono essere lì solo per noi e noi non possiamo essere lì solo per gli altri. Annullarsi è sbagliato, sacrificare totalmente se stessi è sbagliato così come chiedere all’altro di farlo per noi.

4) usare il dialogo: cercare di ascoltare l’altro e mettersi nei panni dell’altro (esercitare l’empatia) reciprocamente. Smettere di vedere l’altro come un genitore ma lavorare su se stessi perché per stare bene in coppia bisogna essere adulti. Infatti per stare bene in coppia devi stare abbastanza bene da solo o da sola. E’ importante che ognuno lavori per diventare realmente responsabile di sé è autonomo; l’autonomia è la base per poter avere delle relazioni sane.

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Attacchi di panico notturni: sintomi e rimedi

Gli attacchi di panico durano in genere solo pochi minuti ma causano un forte disagio. Spesso vengono vissuti come inaspettati, improvvisi e intensi. Ecco perché appaiono incomprensibili da chi ne soffre. In particolare gli attacchi di panico notturni creano una forte angoscia perché avvengono durante il sonno, provocando un risveglio improvviso.

attacchi di panico notturni: sintomi e rimedi

Attacchi di panico: definizione

Il termine “panico” deriva dal nome di una divinità greca, il dio Pan. Secondo la mitologia questo dio era il protettore dei pastori, dei boschi e dei corsi d’acqua. Nell’antica Grecia si credeva che se il dio Pan veniva svegliato durante il sonno emetteva un urlo così forte e terrificante che i passanti ne rimanevano spaventati a morte.

Attacchi di panico notturni

Tornando ai nostri tempi, per attacco di panico si intende una reazione d’ansia imprevedibile che emerge anche senza che ci sia stato uno stimolo specifico scatenante o un evento stressante. Chi ha sperimentato un attacco di panico nella vita lo descrive con sintomi simili ad una crisi cardiaca. Anche per questo molti pazienti dopo una crisi di panico si recano al Pronto Soccorso.

Attacchi di panico: sintomi tipici

Ogni attacco dura in media dai 5 ai 20 minuti, ed è caratterizzato da alcuni sintomi specifici: respiro corto, pressione al petto, paura di morire, fame d’aria, sudorazione eccessiva, vertigini, nausea, sensazione di perdere il controllo, depersonalizzazione e derealizzazione.

Nonostante l’intensità dei sintomi, nessuno di essi ha ripercussioni serie sull’organismo se non una forte paura e senso di impotenza che spesso fa emergere la paura anticipatoria di poter avere un’ altro attacco. Tutto ciò può portare l’individuo ad evitare luoghi, persone o situazioni che teme possano attivargli una crisi di panico, riducendo sempre di più la sua vita e arrivando in alcuni a casi a chiudersi in casa.

La diagnosi di disturbo di panico viene data solo quando gli attacchi sono frequenti e iniziano ad essere invalidanti.

In media il primo attacco compare tra i 20 e i 24 anni ed è un disturbo più frequente nelle donne, circa il doppio rispetto agli uomini.

Attacchi di panico notturni: sintomi

Le crisi di panico notturne sono particolarmente spaventose e angoscianti in chi ne soffre. Infatti emergono durante il sonno e creano un improvviso risveglio. I sintomi principali degli attacchi di panico notturni sono i seguenti:

  • forte ansia
  • risveglio improvviso
  • tachicardia: si avverte un’ accelerazione dei battici cardiaci
  • tremori
  • brividi o vampate di calore
  • dolore al petto: una sensazione di dolore o pressione al petto che viene scambiato per un infarto
  • sensazione di smarrimento e confusione
  • depersonalizzazione: sensazione di essere distaccati dal proprio corpo e della proprie sensazioni e pensieri
  • derealizzazione: si ha la sensazione di percepire il mondo esterno come da una bolla, di essere distaccati da esso.
  • paura di morire

Come si può facilmente capire da questo elenco, gli attacchi di panico durante il sonno sono molto angoscianti e la sensazione di impotenza e molto intensa. Spesso chi ha sperimentato una crisi di panico notturna inizia ad aver paura di andare a dormire, perché non vuole assolutamente sperimentale nuovamente una attacco simile.

Il sonno è uno stato di totale abbandono e rilassamento dove tutte le difese razionali e la capacità di controllo sono necessariamente inattive. Ma è proprio da questa totale mancanza di controllo che chi soffre di crisi di panico notturne vuole fuggire.

A differenza di quello che si può pensare, il panico notturno non è la conseguenza di incubi o sogni angoscianti. Infatti emerge nelle fasi precoci del sonno e non durante le fasi R.E.M. durante le quali sogniamo.

Crisi di panico notturne: cause

Gli attacchi di panico durano in media solo pochi minuti, ma lasciano un forte spavento in chi li sperimenta. Oltre ai sintomi più diffusi come ansia, sudorazione, vertigini, tachicardia ecc, una delle componenti principali che li distingue da un episodio di ansia intensa è la paura di morire. Al panico si associa spesso l’agorafobia, che consiste nella paura di rimanere intrappolati in un luogo o in una situazione della quale è impossibile o imbarazzante uscire.

Le crisi di panico notturne apparentemente sono prive di spiegazione e previsione da chi ne soffre. Anche per questo molte persone ricorrono da subito a rimedi naturali o formaci di varia natura. Sicuramente l’intervento farmacologico (supervisionato da uno psichiatra) può essere di grande aiuto in alcune situazioni. Tuttavia la maggior parte di coloro che soffrono di panico, compreso il panico notturno, possono trovare le cause profonde del malessere nella loro psicologia e in particolare nei i primi anni di vita e nelle relazioni con la famiglia d’origine.

Attacchi di panico notturni: cause psicologiche

Spesso gli attacchi di panico notturni e diurni emergono in seguito o in concomitanza a periodi particolari, come promozioni lavorative, separazioni, divorzi, lutti, cambi di abitudini ecc. Quindi già questi elementi fanno capire come sia fondamentale la componete psicologica nell’eziologia del panico.

Durante la psicoterapia emergono spesso esperienze infantili dove il senso di sicurezza è stato messo in pericolo. In altre situazioni il naturale bisogno di protezione e dipendenza dai genitori ha subito delle distorsioni, a causa di problematiche psicologiche dei genitori o di eventi di vita che sono sopraggiunti (come lutti, episodi di violenza assistita o ricevuta, abbandoni, ecc..). Genitori troppo ansiosi, rigidi, emotivamente distanti, giudicanti, incapaci di empatia sono spesso coloro che hanno cresciuto bambini che da adulti soffriranno di panico.

A queste esperienze si aggiunge anche una personale predisposizione biologica. Il mix delle due è alla base dei futuri attacchi di panico.

Coloro che soffrono di attacchi di panico hanno spesso bisogno di sentire il controllo sulla propria vita e sulle emozioni che provano; hanno difficoltà a lasciarsi andare, ad accettare di essere pienamente se stessi.

Il sonno è un momento in cui perdiamo necessariamente questo controllo, dobbiamo “mollare” per addormentarci! Ma per chi ha bisogno di controllo non è un’operazione così semplice.

Chi si è trovato a vivere situazioni familiari ed educative come quelle che ho descritto prima è comprensibile che provi rabbia o tristezza; tuttavia in chi soffre di panico queste emozioni spesso non sono riconosciute, ma vengono negate o scambiate per altro. Invece durante la psicoterapia emerge spesso che alla base del panico ci sono proprio queste emozioni che si fa fatica a riconoscere, accettare e regolare.

Attacchi di panico notturni: rimedi

Psicoterapia

La psicoterapia (di orientamento psicodinamico e cognitivo comportamentale) è la strada più efficace per risolvere gli attacchi di panico notturni e diurni. Nella prima fase del trattamento viene raccolta la storia di vita del paziente, facendo riferimento in particolare ai primi 10 anni di vita, all’ambiente familiare in cui si è cresciuti, al tipo di rapporto che i genitori hanno creato con il paziente. Si analizza inoltre il contesto sociale di provenienza e se sono presenti traumi di varia natura e intensità.

Nella relazione terapeutica si potranno osservare le problematiche relazionali che il paziente ha sviluppato e finalmente le si capiranno e affronteranno, fornendo se necessario indicazioni comportamentali e nuovi atteggiamenti utili a risolvere il panico.

Nella psicoterapia del panico è fondamentale il lavoro che viene fatto sulle emozioni. Infatti, come ho spiegato prima, spesso alla base del panico ci sono emozioni come la rabbia che vengono inconsciamente allontanate dalla coscienza perché vissute come dannose o pericolose. Ad esempio alcuni pazienti da bambini hanno imparato a vivere la propria rabbia come un pericolo, perché se la esprimevano temevano di rovinare il rapporto con i genitori o di essere rifiutati o abbandonati.

In questi casi può capitare che la rabbia venga espressa attraverso il corpo con vari tipi di somatizzazioni; cioè l’attenzione viene focalizzata sul corpo e non su cause e significati psicologici.

Farmaci

In alcuni situazioni è bene associare alla psicoterapia l’utilizzo di farmaci. In questo caso è fondamentale rivolgersi ad uno psichiatra. Alcuni hanno paura dei farmaci perché temono che possano dare dipendenza; ma non è così. Posso dire con certezza che da quando faccio lo psicoterapeuta non ho mai visto una persona che prende dei farmaci per curare il panico notturno sviluppare una dipendenza. Quando succede è perché la persona aveva già delle dipendenze (alcol, droghe di vario tipo ecc..).

Per altri l’uso di farmaci per il panico equivale ad una sconfitta personale. Eppure è facile scoprire che le stesse persone prendono un antidolorifico se hanno dolori di varia natura o una aspirina se hanno mal di testa!! Ma allora perché la stessa cosa non vale per il panico?

Ovviamente i farmaci non possono risolvere le cause psicologiche del panico ma non c’è da temere se almeno all’inizio per ridurne i sintomi si chiede aiuto alla chimica; poi poco alla volta si potranno abbandonare, man mano che la psicoterapia procede e si sta meglio.

Conclusioni

Gli attacchi di panico notturni posso rappresentare un’esperienza molto angosciante in chi li sperimenta. In questo caso il panico emerge in un momento della nostra vita dove abbandoniamo il controllo e siamo impotenti. Le cause sono legate alla vita infantile e alla predisposizione biologica. Ma è possibile risolvere il panico notturno in modo definitivo con la psicoterapia e se necessario con un breve periodo di assunzione farmacologica.

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Dott. Michele Verrastro

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Sintomi degli attacchi di panico: quali sono e come riconoscerli

Introduzione

Ti è mai successo di avere un attacco di panico? Probabilmente si: infatti prima o poi capita a tutti di avere un momento in cui l’ansia diventa così intensa da sentirci sconvolti, bloccati, fortemente impauriti, confusi rispetto a quello che ci sta succedendo. Ma non c’è da preoccuparsi; l’ansia e il panico sono meccanismi che la natura ci ha dato per proteggerci dai pericoli reali e spingerci ad interrogarci su noi stessi. In questo articolo descrivo i sintomi fisici degli attacchi di panico, gli eventi scatenanti e le cause psicologiche.

attacchi di panico: quali sono i sintomi?
Attacchi di panico

Attacchi di panico: definizione

Gli attacchi di panico sono caratterizzati da un’ansia molto forte e improvvisa. Alcune volte sono riconducibili ad una specifica situazione (come ad esempio nelle fobie: paura di volare, di prendere l’ascensore ecc..) ma altre volte chi ne soffre non riesce a capire cosa può averli scatenati. Proprio questa imprevedibilità li rende ancora più spaventosi e spinge molte persone a rinchiudersi in casa per cercare di evitare di provare le spiacevoli sensazioni che il panico porta con sé.

Attacchi di panico: sintomi fisici

Vi elenco qui di seguito i sintomi caratteristici:

  • accelerazione del battito cardiaco (tachicardia)
  • sensazione che il cuore abbia saltato un battito; può essere avvertita all’altezza del petto, del collo o della gola (palpitazioni)
  • improvvisa sudorazione
  • tremori improvvisi: si inizia a tremare in varie parti del corpo, come le gambe o i polsi.
  • respirazione faticosa: si fa fatica a respirare, si ha la sensazione che manchi il fiato o di soffocare, per questo motivo viene istintivo cercare di fare respiri profondi
  • dolore al petto: si avverte una sensazione di peso o di schiacciamento al petto che crea dolore.
  • nausea o dolori addominali
  • sensazione di sbandamento, di instabilità fisica, come se si stesse per svenire
  • paura di non avere più il controllo di se stessi, delle proprie azioni e dei propri pensieri, paura di impazzire
  • intensa paura di morire
  • sensazioni fastidiose di formicolio, spesso alle mani o ai piedi.
  • si alternano sensazioni di brividi o vampate di calore
  • alcune persone avvertono la sensazione che ciò che gli accade non sia reale (derealizzazione)
  • sensazione di essere staccati dal proprio corpo, come se si osservasse la scena da fuori (depersonalizzazione)

Si parla di disturbo di panico se ci sono stati almeno due episodi di panico intenso in un periodo di tempo ravvicinato (qualche giorno o settimana). Ogni attacco dura in media dai 5 ai 20 minuti, per poi scomparire gradualmente. Anche se breve, è un’esperienza molto spaventosa per chi l’ha sperimentata; di solito lascia un senso di stupore e incredulità.

La buona notizia è che di panico non si muore e che si può curare con ottimi risultati!

Attacchi di panico sintomi notturni

L’attacco di panico può avvenire anche di notte, durante il sonno. In questo caso i sintomi “notturni” degli attacchi di panico sono:

  • risveglio improvviso
  • forte ansia
  • tachicardia
  • tremori
  • brividi o vampate di calore
  • dolore al petto
  • sensazione di forte smarrimento e confusione
  • depersonalizzazione e derealizzazione
  • paura di morire e di avere un infarto

Quando il panico sopraggiunge di notte è ancora più inaspettato e spaventoso perché ci si trova in uno stato di totale abbandono e rilassamento, dove non c’è controllo e volontà, situazione tipica di chi sta dormendo. In questi casi ci si sente impotenti e fragili. Ecco che allora può emergere paura a riaddormentarsi per evitare di sperimentare un nuovo attacco.

Le statistiche dicono che circa la metà di coloro che soffrono di panico sperimenterà prima o poi il panico notturno. Alcuni pensano che siano legati a sogni angoscianti o incubi, ma in realtà il panico notturno emerge nelle fasi precoci del sonno e non nella fase durante la quale sogniamo (fase REM).

Cause degli attacchi di panico

Le cause di una attacco di panico possono essere molto diverse. A volte la causa può essere una e specifica: un esempio classico sono le fobie. Infatti chi ha paura di prendere l’ascensore avvertirà una forte ansia fino al panico al solo pensiero di entrarci. Altre volte le cause del panico hanno radici psicologiche più profonde e differenti da individuo ad individuo.

Infatti la vita, a partire dalle esperienze infantili, ci porta a costruire delle credenze su come funzionano i rapporti o su quello che pensiamo di noi stressi. Queste credenze sono come dei filtri attraverso i quali guardiamo la realtà o noi stessi e ci influenzano a livello inconscio. Se ad esempio abbiamo avuto esperienze traumatiche o rapporti difficili con i nostri genitori potremmo aver maturato la convinzione inconscia che nella vita bisogna tenere tutto sotto controllo e non ci si può mai affidare agli altri. Oppure potremmo esserci convinti che prendere una nostra personale direzione nella vita e differenziarci da chi amiamo metta a repentaglio i rapporti e noi stessi.

Queste sono solo alcune delle possibili credenze inconsce che sono alla base degli attacchi di panico e dell’ansia patologica in generale. La psicoterapia serve ad individuare queste credenze, chiarendo come si sono formate e intervenendo per cambiarle o mitigarle.

Ci sono alcune situazioni che tendono a far emergere gli attacchi di panico perché vanno a stimolare quelle credenze e i conflitti inconsci che generano. Alcune situazioni di vita slatentizzassero problematiche e conflitti psicologici che erano già presenti ma non si vedevano. Ecco i principali eventi di vita che fanno emergere il panico:

  • stress relazionale ( es: rottura di un rapporto sentimentale)
  • andare a vivere da soli
  • rapporti difficili con un collega o con un capo
  • troppe cose da fare in una giornata
  • incidenti
  • morte di un genitore o di un parente
  • malattie fisiche
  • problemi finanziari
  • promozione o licenziamento

Conclusioni

A tutti prima o poi nella vita capiterà di avere un attacco di panico; è un’esperienza assolutamente normale anche se spaventosa. Se però succede spesso allora è meglio intervenire. Può infatti essere un’occasione unica di crescita personale per migliorare la propria qualità di vita e diventare anche più se stessi e liberi di prima.

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Narcisismo patologico: il problema fondamentale è l’autostima. Qual è l’atteggiamento migliore per affrontare il narcisista.

Nel video – articolo di oggi vado ad affrontare il problema principale del narcisismo patologico: l’autostima. Spiego inoltre qual è secondo me l’atteggiamento migliore per relazionarsi con un narcisista, sia che si tratti di un narcisista manipolatore che di una persona con tratti narcisistici.

SIGNIFICATO DI NARCISISMO

Ma qual è il significato di narcisismo? Possiamo definire il narcisismo come il bisogno inconscio di proteggere la propria autostima.

Partiamo con un piccolo ripasso: che cosa si intende per personalità narcisistica? Il narcisismo patologico è caratterizzato da tre principali aspetti:

1) grandiosità: consiste nel bisogno di sentirsi unici, speciali, inarrivabili, migliori, perfetti, non criticabili;

2) bisogno di ammirazione: chi ha una personalità narcisistica ha bisogno di sentire ammirazione provenire dallo sguardo altrui e di essere sempre al centro dell’attenzione;

3) mancanza di empatia: consiste nella difficoltà di mettersi nei panni degli altri e di capire l’effetto che hanno le proprie azioni e comportamenti, perché si è concentrati quasi esclusivamente sui propri bisogni, fino ad arrivare allo sfruttamento e alla manipolazione.

Narcisismo patologico
Narcisismo patologico

NARCISISMO PATOLOGICO: TIPI DI NARCISISMO

Esistono due principali tipi di narcisismo patologico: il narcisismo “overt” e il narcisismo “covert”. Andiamo ora a vedere più nel dettaglio i profili affetti da queste tipologie di narcisismo.

TIPI DI NARCISISMO: NARCISISMO OVERT

Il narcisista “overt” è quello apertamente grandioso, arrogante, sfruttatore, in modo visibile, palese, probabilmente il tipo di narcisista più diffuso e più facilmente riconoscibile.

TIPI DI NARCISISMO: NARCISISMO COVERT

Il narcisista “covert” (tradotto in italiano con “coperto”) si mostra apparentemente come una persona fragile, timida, introversa, bisognosa, ma in realtà con una frequentazione più assidua e attenta, si ci accorge che la persona affetta dal narcisismo covert è focalizzata principalmente sui propri bisogni, scarsamente empatica, e tende spesso ad assumere il ruolo della vittima, manipolando gli altri al fine di ottenere da loro attenzioni e la soddisfazione dei propri bisogni, sfruttando spesso il ricatto emotivo e il senso di colpa.

Il narcisismo covert è spesso più difficile da individuare perché più subdolo, nascosto da un apparente atteggiamento dimesso; si “aggancia” a livello relazionale soprattutto a persone che hanno un forte bisogno di occuparsi degli altri, perché si sentono facilmente in colpa se non lo fanno (la così detta “sindrome dell’infermiera/e”) e facendosi vampirizzare, manipolare, arrivando a strutturare rapporti di dipendenza emotiva con il narcisista.

NARCISISMO PATOLOGICO: CAUSE

Freud e la psicoanalisi ci hanno insegnato che la personalità narcisistica ha un problema fondamentale: la scarsa autostima. La lotta principale che il narcisista si trova ad affrontare ogni giorno è una sola: mantenere in piedi la propria autostima, intesa come l’insieme di giudizi che ognuno di noi ha riguardo sé stesso.

Tutto ciò può suonare strano perché i narcisisti spesso, soprattutto i narcisisti overt, si mostrano spavaldi e arroganti. In realtà questo è una tecnica che utilizzano per proteggersi dalla possibilità di sentirsi sbagliati e inadeguati, inferiori, deboli, di essere rifiutati.

NARCISISMO PATOLOGICO: MONDO ESTERNO E VERGOGNA

Il problema non è tanto il rapporto con sé stessi o con i propri valori e nemmeno una eccessiva severità con sé stessi, ma si tratta di un problema con il mondo esterno, cioè su come gli altri possono giudicarlo.

Infatti, per i narcisisti non si parla di senso di colpa ma di vergogna. Cosa significa esattamente provare senso di vergogna? Il narcisista teme il giudizio dell’altro su di lui e non il giudizio di sé stesso dato da sè stesso, che genera invece senso di colpa nelle persone normalmente nevrotiche, che sono fortunatamente ancora la maggioranza.

Ecco perché le persone con un’organizzazione di personalità narcisistica in psicoterapia raccontano di un loro senso di vuoto interiore, perché è tutto spostato verso l’esterno, verso l’approvazione, mentre in chi soffre ad esempio di ansia di origine nevrotica il problema sta nell’eccessiva severità che rivolgono verso sé stessi.

NARCISISMO PATOLOGICO: IL DRAMMA DEL FALSO SE

Il dramma del narcisista è che ha imparato sin da piccolo che è fondamentale apparire infallibile, perfetto, forte, speciale, non mostrare mai un segno di debolezza. Quindi sin da piccolo il narcisista si è trovato a dover apparire, anche se questo significa mostrarsi completamente diversi da come si è in realtà.

In psicologia si dice che ha sviluppato un “falso Se”, cioè una sorta di maschera che è stato costretto ad indossare per essere stimato, apprezzato e accettato, soprattutto dalla sua famiglia di origine.

I bambini destinati a diventare narcisisti hanno, in realtà, una triste storia familiare dove non sono stati incoraggiati ad esprimere liberamente se stessi e a realizzare i propri desideri e bisogni, ma sono stati spinti in modo più o meno diretto a identificarsi con le aspettative familiari, a soddisfare i bisogni emotivi dei genitori, sopprimendo man mano il proprio “vero Se”.

Questo è valido per ogni persona: per crescere in modo sereno e diventare un adulto felice, è necessario che da bambino qualcuno lo aiuti davvero a capire chi è ed a trovare la strada giusta per potersi esprimersi liberamente, senza sentirsi obbligato ad apparire.

FREUD E IL NARCISISMO

Ricordiamoci comunque, come Freud ci ha insegnato, che in realtà tutti noi possediamo una quota più o meno piccola di narcisismo ed è importante averla, perché contribuisce alla cura della presentazione di noi stessi su come ci presentiamo al mondo esterno.

Il narcisista patologico in realtà soffre e soffre tanto. Lui stesso è una vittima del narcisismo. Infatti, non si nasce narcisisti ma si viene allevati in questo modo dalla famiglia di origine e dalla società.

Ovviamente dobbiamo difenderci dalle manipolazioni che spesso il narcisista mette in atto per raggirarci facendoci fare quello che vuole e salvare così la sua autostima, ma dobbiamo anche capire che è sbagliato dividere il mondo tra buoni e cattivi perché questo atteggiamento porta solo a divisioni e conflitti senza senso.

È importante capire qualcuno e i suoi errori, senza per forza giustificarlo; ma capire ci aiuta a non riempirci di rabbia quando subiamo o abbiamo subito dei maltrattamenti da un narcisista e ci porta a superare in maniera più facile e veloce queste situazioni. La rabbia ci tiene legati al passato e all’illusione di poter cambiare qualcuno che non vuole o non sa cambiare; invece è importante utilizzare la rabbia per trasformarla in assertività ed energia per realizzarci nella vita.

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