Psicologo torino per ansia, attacchi di panico, autostima, depressione, difficoltà relazionali. Supporto psicologico e psicoterapia in studio e online su Skype e WhatsApp.
Buongiorno a tutti! Il bello del mio lavoro di psicologo è la possibilità di utilizzare diversi tecniche e strumenti che possano favorire benessere, riducendo ansia,stress e depressione.
In questi casi la musica è di grande aiuto!! Tante ricerche testimoniano ormai l’efficacia della musica nel modificare il nostro stato emotivo poiché agisce direttamente sul corpo e sul cervello.
Scegliere il brano giusto
Ecco il brano che vi presento oggi: Rod Stewart “Have you ever seen the rain”
Questo brano è diventato ormai un classico della musica rock-pop americana, anche se in questo caso si tratta di una cover.
Quando lo utilizzo nel mio lavoro di psicologo e musicoterapeuta ho notato che induce una sensazione di contenimento, rassicurazione, quasi una coccola! Però ha anche una forte componente incoraggiante ed è in grado di trasmettere fiducia.
La fiducia è un tema molto importante che prima o poi emerge in un percorso psicologico che mira a risolvere sintomi come ansia e depressione; intesa come fiducia in se stessi, nelle proprie possibilità, risorse e potenzialità. Solo se impariamo a fidarci di più di noi stessi potremmo allora fidarci degli altri.
Per far questo è necessario però sperimentare una relazione terapeutica in grado di modifica le aspettative negative circa se stessi ed il mondo; infatti anche se ce ne rendiamo conto razionalmente a volte non riusciamo a rilassarci nelle relazioni, ad abbassare le difese perché nella nostra storia (in particolare nell’infanzia) abbiamo accumulato esperienze che ci hanno insegnato a dubitare delle intenzioni degli altri e a svalutarci.
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Non è sempre facile far andare d’accordo cuore e cervello, ragione e sentimento!!
Eppure l’equilibrio emotivo e la felicità consistono proprio in un buon equilibrio tra queste nostre due parti.
Come fare allora a farle andare d’accordo?
Una risposta valida ce la fornisce “l’intelligenza emotiva“.
Di cosa si tratta? Ce lo spiega la collega dott.ssa Marina Annunziata (esperta certificata in tecniche di intelligenza emotiva) nelle righe che seguono:
“Esistono due tipi di intelligenza: una razionale con cui capiamo le cose concrete, e una emotiva con la quale riusciamo ad analizzare il complicato meccanismo delle emozioni umane, i nostri sentimenti e quelli degli altri e ad agire di conseguenza.
L’intelligenza emotiva è un aspetto dell’intelligenza legato alla capacità di riconoscere, utilizzare, comprendere e gestire in modo consapevole le proprie e le altrui emozioni.
E’ la capacità di distinguere tra sentimenti e sensazioni e di utilizzare queste informazioni per guidare i propri sentimenti e le proprie azioni.
Come citava Daniel Goleman:” Se riesci a tradurre in parole ciò che senti, questo ti appartiene”.
Da questa affermazione possiamo dedurre che tutto ciò che sentiamo e a cui non riusciamo a dare un nome finisce per diventare un vissuto estraneo alla nostra vita, alla nostra realtà. Durante il workshop del 26 maggio (vedi il link al fondo dell’articolo) faremo un viaggio intorno al mondo delle emozioni per migliorare le competenze emotive e relazionali: la consapevolezza delle proprie e altrui emozioni diventa così strumento privilegiato per creare armonia e benessere tra le persone.”
Il 26 maggio 2019 io e la dott. ssa Annunziata condurremo un workshop basato sull’integrazione di tre tecniche differenti e utili a migliorare il benessere psicofisico. Riporto qui di seguito le parole della collega che descrivono bene gli obiettivi di questa integrazione:
“L’integrazione tra le tecniche di Intelligenza Emotiva, Musicoterapia e Mindfulness può portare a concreti benefici nella riduzione dello stress, nel riconoscimento delle proprie e altrui emozioni, nella capacità di prestare attenzione in modo “intenzionale”, “aperto” e “non giudicante” al momento presente sviluppando così una forma di intelligenza pratica che permette di prendere maggiormente consapevolezza delle proprie forze e risorse interne”
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.La mindfulness è una tecnica pratica molto efficace per gestire ansia e stress.
Buongiorno a tutti!
Oggi voglio parlarvi di una tecnica capace di promuovere benessere psicofisico se praticata nel modo corretto e in maniera costante. E’ una tecnica con solide basi scientifiche, come hanno dimostrato molti studi pubblicati negli ultimi anni.
Come avrete capito dal titolo di tratta della mindfulness, termine che tradotto letteralmente significa: piena consapevolezza.
Si tratta di una tecnica meditativa priva di componenti metafisiche o religiose tipiche delle tradizioni meditative orientali.
Di seguito vi riporto una breve spiegazione realizzata dalla collega dott. ssa Marina Annunziata, psicologa esperta certificata in Mindfulness Based Therapy:
“La mindfulness può essere definita come l’arte della consapevolezza: è un atteggiamento mentale, un modo d’essere che rappresenta il sostegno ideale non solo per chi ha uno stile di vita stressante, ma anche per chiunque voglia mantenere o ritrovare un equilibrio tra richieste del mondo esterno e il prendersi cura di sé sia da un punto di vista psichico che fisico.
Con la mindfulness prestiamo attenzione in modo “intenzionale”, “aperto” e “non giudicante” al momento presente sviluppando così una forma di intelligenza pratica per gestire la mente e. rispondere più efficacemente alle sfide della vita di ogni giorno. Attraverso tecniche concrete e immediate, essa permette di liberare la mente dal “disordine” per vivere pienamente ogni attimo riducendo/eliminando il rimuginare di pensieri automatici e ripetitivi che tolgono forza, energia, amplificando le preoccupazioni e riducendo la qualità di vita che spesso diventa e/o viene percepita più faticosa e pesante.
La mindfulness aumenta la presenza della propria mente e del proprio corpo e ciò consente di conoscere in profondità, mediante una chiara visione delle cose, la natura fluida del nostro essere più profondo, nonché riportare a galla le nostre forze e le nostre risorse. Con la mindfulness riusciamo a recuperare le nostre sensazioni, attivare la parte emozionale e relazionale di noi stessi, nonché essere maggiormente presenti nelle relazioni con gli altri.
La pratica della mindfulness non ci aiuta a diventare perfetti …ma ad essere perfettamente ciò che siamo!”
Grazie alla dott.ssa Annunziata per questa chiara e esaustiva spiegazione.
Se vuoi scoprire dal vivo i benefici della mindfulness?
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Il 2 marzo 2019 io e la collega dott. ssa Marina Annunziata condurremo un workshop esperienziale durante il quale verranno proposte diverse attività finalizzate alla gestione e cura dell’ansia e dello stress. Una giornata intera dedicata al benessere psicofisico!!
utilizzeremo tecniche efficaci per gestire l’ansia e lo stress!!
Ecco la presentazione ed i dettagli:
“STACCA LA SPINA E RITROVA IL BENESSERE con il metodo M.M.I.E. (Musicoterapia Mindfulness-Intelligenza Emotiva)”
Durante il workshop (della durata di 8 ore) io e la dott.ssa Marina Annunziata (esperta in Mindfulness Based Therapy e Tecniche di Intelligenza Emotiva) proporremo una serie di attività pratiche finalizzate a produrre benessere psicofisico.
Sarà rivolto ad un piccolo gruppo di massimo 12 persone proprio per assicurare attenzione ed ascolto di qualità per tutti.
Quindi se siete interessati affrettatevi a prenotare il vostro posto!!
Il costo sarà di 80€ per un’intera giornata di attività (dalle 9.00 alle 18.00).
Dove: il workshop si terrà presso il centro ANMA in via Cibrario 14 Torino.
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Chi di noi non l’ha mai provata? Magari prima di un impegno di lavoro importante o prima di un esame…. Spesso cerchiamo dei rimedi per l’ansia, ma è prima importante cercare di capire cos’è . Cerchi uno psicologo a Torino per l’ansia?
Ho pensato di pubblicare una serie di articoli su questo tema per cercare di fare chiarezza su cosa realmente sia l’ansia e fornire alcuni strumenti pratici per gestirla che utilizzo nel mio lavoro di psicologo a Torino.
E’ prima di tutto necessario distinguere tra paura e ansia; nel linguaggio comune vengono spesso usati come sinonimi ma non è così….
La paura
E’ una delle sei emozioni primarie, insieme a rabbia-disgusto-sorpresa-gioia-tristezza; come tale è quindi “scritta” nel nostro codice genetico ed è una risposta automatica ed istintiva a pericoli reali che possono mettere a rischio la nostra sopravvivenza.
La natura ci ha donato questa emozione per aumentare le nostre probabilità di sopravvivenza: se ad esempio incontro un animale pericoloso come un serpente o un leone la paura mette in allarme il mio Sistema Nervoso Autonomo preparandomi ad una reazione, che sarà quindi fisiologica, naturale e spontanea.
Ma anche se viviamo in una città la paura è utile: ad esempio se attraverso una strada e improvvisamente mi accorgo di una macchina che mi viene incontro la paura mi farà aumentare il passo o retrocedere per salvarmi la vita!
Questa emozione attiva principalmente tre tipi di comportamenti “automatici” che condividiamo con il mondo animale.
Le tre reazioni automatiche alla paura
Attacco: il nostro organismo si prepara al combattimento grazie alla produzione di sostanze come l’adrenalina e altri ormoni dello stress, aumenta la frequenza dei battiti cardiaci ed il respiro si fa più profondo e veloce aumentando la quantità di ossigeno nel sangue che apporta così più zuccheri nei muscoli delle gambe e delle braccia .
Fuga: in questo caso l’attivazione fisiologica generale del Sistema Nervoso Autonomo descritta sopra viene utilizzata per allontanarsi dallo stimolo, poiché il nostro cervello ha fatto una veloce valutazione e concluso che è più conveniente non combatterlo ma allontanarsi da esso (esempio: se incontro nella foresta un predatore il comportamento più efficace da utilizzare è spesso quello di allontanarsi).
Congelamento: alcuni animali quando incontrano un predatore fanno finta di essere morti o si immobilizzano sperando di non essere visti; anche a noi umani può succedere di immobilizzarci difronte ad un pericolo.
Come è facile intuire la paura deriva da uno stimolo REALE che può essere visivo, olfattivo, tattile, uditivo. Le nostre reazioni fisiologiche ci legano quindi al mondo animale e sono principalmente collegate all’amigdala che regola le emozioni primarie.
Ma l’essere umano può provare paura anche in situazioni dove oggettivamente non è a rischio la nostra sopravvivenza fisica (un’ interrogazione a scuola, un colloquio di lavoro, un primo appuntamento con una persona che ci piace, ecc..)
Questa tipologia di paure può diventare così intensa ed invalidante da trasformarsi in patologia.
Paure di questo tipo vengono definite fobie: ce ne sono di tantissimi tipi, da quella per i piccioni a quella per l’aereo e creano una reazione di paura sproporzionata rispetto all’entità dello stimolo. Ciò succede perché il cervello umano è in grado di apprendere e formarsi delle paure specifiche (dette appunto fobie specifiche) che in realtà sono prive di razionalità oggettiva.
L’ansia
E’ una complessa combinazione di emozioni che includono paura, apprensione, preoccupazione, abbinata a sensazioni fisiche come palpitazioni, dolori al petto, respiro corto, nausea, tremori e fantasie anticipatorie.
Si distingue quindi dalla paura perché è più vaga, aspecifica e può derivare o da un pericolo percepito (es: ” se fallisco questo esame universitario la mia vita è finita!”) oppure da un conflitto interiore ( es: ” se mi permetto di esprimere la rabbia le persone intorno a me soffriranno” ).
E’ importante questa distinzione perché i rimedi per l’ansia saranno diversi a seconda che l’origine sia “interna” alla psiche dell’individuo o esterna.
E’ importante chiarire fin da subito che l’ansia è utile e adattiva!! Questa frase può sembrare contro intuitiva, ma è proprio così! L’ansia infatti ci aiuta a riconoscere una situazione potenzialmente dannosa per noi.
Esempio
Immaginiamo una situazione lavorativa dove a causa del taglio del personale rischio di perdere il lavoro necessario per pagare l’affitto e comprare il cibo; provare ansia in questo caso mi attiverà per trovare delle strategie di intervento, come ad esempio parlare con il mio capo, cercare di esaltare maggiormente le mie competenza, modificare dei comportamenti che possono danneggiarmi come ad esempio essere poco collaborativo con i colleghi.
Psicologo Torino Ansia: esercizi pratici
Come psicologo a Torino spesso aiuto i miei pazienti a gestire l’ansia. Elenco qui di seguito alcuni esercizi pratici che spero possano essere d’aiuto:
1) Distingui tra ansia e paura: prova a scrivere a mano libera su di un foglio la situazione che ti crea malessere e cerca di capire se c’è un pericolo reale (che determina una giusta reazione di paura) oppure se stai anticipando un pericolo futuro (situazione tipica che genera ansia anticipatoria)
2) rileggi quello che hai scritto e prova a “distaccarti ” per un momento da quello che stai provando; prova cioè a pensare che quello che leggi sia il racconto di una tua amica e analizzalo. Fatti questa domanda: ma in una scala da uno a dieci quanto è reale il pericolo o la situazione descritta e quanto è immaginaria?
3) una volta che hai capito quanto è realistica o immaginaria la situazione descritta prova a farti questa domanda: su cosa posso io realisticamente intervenire? Che cosa invece non dipende da me e dal mio controllo?
4) prova a pensare ad un piano pratico per intervenire su ciò che puoi modificare e mettilo in atto.
5) ora rileggi dal foglio che prima hai scritto tutte quelle parti che invece sono delle anticipazioni esagerate e catastrofiche; prova a scriverle su di un foglio e crea un tuo rito per liberartene! Puoi ad esempio provare a fare in mille pezzi quel foglio (oppure scioglierlo nell’acqua o bruciarlo in sicurezza) facendo intanto dei respiri profondi (se ti va puoi provare la respirazione diafframmatica).
Conclusioni
Quindi per riassumere la paura deriva principalmente da uno stimolo/pericolo reale.
L’ ansia si attiva con uno stimolo percepito di natura prevalentemente soggettivo.
Quindi spesso per trovare dei validi rimedi all’ansia è necessario lavorare in seduta sul vissuto soggettivo , cioè sul modo unico in cui ciascuno di noi vive e dà significato alla realtà.
Bene, per questo primo articolo introduttivo sull’ansia mi fermo qui. Pubblicherò a breve altri articoli su questo argomento.
Cercherò di suggerire alcune tecniche e rimedi pratici per l’ansia.
L’obiettivo sarà ridurre l’ansia in eccesso e gestire quella “fisiologica”, cioè legata e generata inevitabilmente dal nostro vivere quotidiano.
Per info e domande contattami liberamente.
Effettuo interventi di sostegno psicologico e psicoterapia nel mio studio di psicologia a Torino oppure online attraverso Skype e le video chiamate di whatsapp.
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E’ possibile curare l’ansia attraverso l’utilizzo della musica?
Ovviamente è una domanda retorica…come potete immaginare la risposta è sì! Ciò è possibile grazie ai benefici della musicoterapia. Vediamo in cosa consiste.
La musicoterapia recettiva
Questo tipo di musicoterapia si basa sull’ascolto di musica pre-registrata attraverso un normale riproduttore (l’importante è che il risultato sonoro sia di buona qualità!). Può essere utilizzato qualsiasi genere musicale per raggiungere lo scopo: infatti attraverso una specifica formazione, il musicoterapeuta utilizzerà la sua conoscenza sugli effetti che i principali parametri sonoro musicali (durata, intensità, timbro e altezza) hanno sulla mente e sul corpo. Dopo l’ascolto lo psicologo (adeguatamente formato come musicoterapeuta) invita il soggetto a raccontare le emozioni che ha provato e le immagini che si sono generate nella sua mente.
Ecco il link del brano descritto nel video:
Quando utilizzo questo brano nel mio lavoro di psicologo a Torino ho notato che in media induce un sensazione di rilassamento; questo è dovuto al ritmo lento, la presenza di note lunghe e dal modo in cui viene suonata la chitarra.
Un consiglio su come ascoltarlo? Provate a regalarvi alcuni minuti di “stop” dalle attività quotidiane, lasciando andare i pensieri e le preoccupazioni almeno per i minuti della durata del brano.
Buon ascolto!
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Per molte persone la rabbia rappresenta un problema. Nel mio lavoro di psicologo a Torino mi trovo spesso a confrontarmi con una generale difficoltà nella gestione della rabbia. Come più volte ho scritto qui nel mio blog, la rabbia è semplicemente una delle 6 emozioni di base “scritte” nel nostro DNA; è quindi uno strumento che la natura ci ha donato per vivere meglio nel mondo frutto di milioni di anni di evoluzione.
Quindi di per sé la rabbia non è un male…eppure per alcuni può essere molto difficile gestirla in maniera efficace.
In questi casi di solito sono due le strade che vengono intraprese: o la si reprime eccessivamente o diventa incontrollata/esplosiva. Anche per questo motivo molte persone chiedono aiuto ad uno psicologo quando la rabbia diventa un problema per sè e per gli altri. Tuttavia è fortunatamente possibile imparare a gestirla efficacemente.
La rabbia può diventare uno strumento utile nella realizzazione piena della nostra personalità e quindi dei nostri obbiettivi esistenziali.
Dobbiamo cercare di diventare pienamente consapevoli delle emozioni che ci attraversano momento per momento. Inoltre è importante trovare un modo per esprimerle che sia in linea con noi stessi ma anche con la cultura del Paese nel quale viviamo; questo è fondamentale per permettere un corretto adattamento sociale e il mantenimento di relazioni stabili, elemento fondamentale per la nostra autostima e sanità mentale. Insomma una corretta gestione delle nostre emozioni ci fa essere più felici!
Che cos’è la rabbia
Come ho detto prima è una delle 6 emozioni di base, quindi è presente in tutti noi sin dalla nascita; le emozioni base sono scritte nel nostro codice genetico ed infatti è facile osservarle nel bambino appena nato. Non è quindi necessario “impararle” poiché si attivano naturalmente; tuttavia è fondamentale riuscire a gestirle correttamente e qui diventa prioritario il ruolo educativo e di esempio svolto dalla famiglia di origine e dalla società in cui nasciamo. Insomma il ruolo “culturale” nella gestione delle emozioni è fondamentale e quindi la modalità di espressione delle emozioni non è uguale in ogni luogo del mondo, ma cambia al cambiare della cultura e dei valori in cui ognuno di noi vive.
Nella nostra cultura sembra diventato sempre più difficile entrare in contatto con le emozioni; ecco perché sempre più persone chiedono aiuto allo psicologo imparare a conoscere e controllare la rabbia.
Se ci riferiamo al nostro panorama nazionale basta poco per accorgerci del fatto che viviamo in un periodo storico in cui la gestione delle emozioni (ed in particolare della rabbia) non sembra per nulla semplice.
Rabbia sana vs rabbia distruttiva
Non tutta la rabbia è uguale. Esiste una rabbia sana, che ci aiuta a difendere i nostri diritti e ad affermarci nel mondo, ed esiste una rabbia distruttiva, che ci porta a ferire noi stessi o gli altri.
Rabbia sana
È proporzionata alla situazione.
Viene espressa con rispetto e senza violenza.
Porta a una maggiore chiarezza e a una comunicazione più autentica.
Aiuta a stabilire confini sani.
Rabbia distruttiva
È eccessiva rispetto allo stimolo.
Si esprime con aggressività, urla, insulti o violenza fisica.
Logora i rapporti personali e professionali.
Spesso si accompagna a sensi di colpa o vergogna dopo lo sfogo.
Imparare a distinguere questi due tipi di rabbia è il primo passo per una gestione emotiva efficace.
I segnali della rabbia
La rabbia non nasce all’improvviso: manda dei segnali che, se impariamo a riconoscere, ci permettono di intervenire prima che diventi incontrollabile.
Segnali fisici
Aumento del battito cardiaco.
Respirazione più rapida.
Tensione muscolare (soprattutto collo, spalle e mandibola).
Rossore al volto.
Sudorazione.
Segnali psicologici
Pensieri ricorrenti e ossessivi sulla situazione.
Sensazione di ingiustizia.
Irritabilità.
Difficoltà di concentrazione.
Essere consapevoli di questi segnali precoci è fondamentale per imparare a regolare la rabbia.
in particolare i mass media ci forniscono continuamente esempi di rabbia esplosiva con personaggi televisivi che urlano e si insultano poiché nessuno sembra riuscire ad ascoltare veramente l’altro e ciascuno sembra chiuso e ritirato nel proprio mondo di bisogni che devono essere immediatamente soddisfatti!
Siamo diventati forse tutti dei bambini capricciosi ed egocentrici?
La capacità fondamentale che un adulto deve possedere per considerarsi tale è la tolleranza alla frustrazione; deve essere capace di dire di no ad un desiderio/impulso se diventa dannoso per sè o per il gruppo sociale in cui è inserito.
Questo almeno in teoria :).
Gestione dannosa della rabbia
Per la nostra società la gestione della rabbia rimane molto difficile. Pochi di noi sono confidenti con questa emozione ed hanno avuto esempi concreti in famiglia o a scuola su come come riconoscere e gestire questa emozione così importante e che ha contribuito alla sopravvivenza della nostra specie nel corso dell’evoluzione. In particolare esistono due modi “malsani” di affrontare questa emozione che sono particolarmente diffusi.
Rabbia repressa
Alcuni individui hanno imparato a giudicare questa emozione come negativa e sbagliata poiché gli è stato mostrato solo il risvolto distruttivo ed il senso di colpa ad esso associato.
Nel mio lavoro di psicologo cerco di aiutare i miei pazienti a vedere come la rabbia ha tante sfaccettature spesso positive. Ognuno di noi porta dentro di sé una storia che è soggettiva ed unica e quindi non è possibile generalizzare, tuttavia a volte si cresce in ambienti familiari dove l’espressione delle proprie idee o la ribellione verso idee ritenute ingiuste viene fortemente inibito sia direttamente sia indirettamente attraverso pressioni e ricatti morali.
Ecco che allora si impara a nascondere la rabbia, a seppellirla sotto una serie di comportamenti ed atteggiamenti che sperano di mantenere l’amore e la stima dei propri cari; ciò purtroppo fa ammalare, poiché un’emozione soffocata troverà altri modi di manifestarsi come attraverso il corpo tramite le malattie psicosomatiche.
Rabbia esplosiva
Alcune persone non riescono a gestire l’impulso ad esplodere di fronte ad un’ingiustizia vera o presunta. Intendiamoci: esistono situazioni reali dove è giusto o necessario esprimere in maniera molto forte la propria rabbia ma è innegabile che succede molto di rado! La maggio parte delle persone che tende facilmente ad esplodere lo fa in situazioni dove non è assolutamente conveniente e appropriato reagire così.
Le ragioni possono essere molte e soggettive, ma si possono tutte ridurre ad una: l’evento che in quei casi scatena la rabbia viene vissuto dal soggetto come intollerabile e gravemente ingiusto nei suoi confronti o nei confronti dell’aspettativa che ha su come “deve” funzionare il mondo….in questo caso la psicologia (basandosi su studi scientifici ed osservazioni cliniche raccolte negli anni) afferma che il soggetto ha degli schemi mentali interni (che sono una serie di aspettative, teorie, preconcetti, per la maggior parte inconsci ed automatici con cui viene letta e “filtrata” la realtà) eccessivamente rigidi!!
Una cattiva gestione della rabbia può portate il soggetto a sviluppare il “rimuginio mentale” dove una situazione spiacevole appena vissuta viene continuamente rivissuta nella mente. Speso emerge anche il sentimento di “vendetta” magari contro un collega, un amico o un familiare, oppure la “ripicca passiva” che si attua attraverso azioni come smettere di collaborare, non passare informazioni o distorcerle per danneggiare indirettamente qualcuno. Purtroppo però tutti questi atteggiamenti alla lunga tendono a ripercuotersi contro la persona che li ha agiti perdendo occasioni lavorative o distruggendo rapporti importanti.
L’ empatia: una nostra alleata nella gestione della rabbia
Il comportamento delle altre persone spesso può essere avvertito da noi come la causa della nostra rabbia; se infatti qualcuno si comporta in modo diverso da come ci aspettiamo ciò mette in discussione i nostri schemi mentale e aspettative e per qualcuno questo è intollerabile! Cercare allora di capire che cosa ha spinto l’altro a comportarsi come si è comportato può aiutarci a ridurre la rabbia. In questo caso facciamo quindi ricorso all’empatia, cioè alla capacità di metterci nello stato d’animo dell’altro, metterci insomma “nei suoi panni”.
Un esempio molto banale può aiutarci a comprendere questo concetto: se una mattina mi reco in ufficio e un collega mi saluta sgarbatamente sicuramente potrò sperimentare diverse emozioni come rabbia o sorpresa; potrei avere come primo impulso quello di rispondere sgarbatamente a mia volta o “sgridare” il collega per i suoi modi.
Questo però spesso non fa altro che peggiorare ulteriormente il “clima”; se invece riesco a trattenere la mia reazione più immediata (magari facendo un respiro profondo), mi fermo un ‘attimo a riflettere che non sono io “il problema”, e cerco di “sentire emotivamente l’altro” mi renderò conto che forse ha bisogno lui di aiuto perché per diverse ragioni (personali, lavorative, sentimentali etc…) sta soffrendo emotivamente. Potrò allora decidere di avvicinarmi e chiedergli “come stai oggi?” ed accogliere la sua sofferenza facendo poi comunque notare che il suo modo sgarbato di rivolgersi crea malessere nell’altro.
Impariamo a respirare correttamente
Respirare correttamente aiuta moltissimo nella gestione delle emozioni più intense o nel ridurre momenti di stress psico-fisico. Infatti alcuni respiri profondi ci aiutano a prendere distanza emotiva dall’evento che ci è appena accaduto e valutarlo più razionalmente e serenamente.
In particolare è utile imparare la respirazione diaframmatica che consiste nel prendere l’aria dal naso per circa 3 secondi ed espirare dalla bocca (per circa 6 secondi, in modo che l’espirazione sia più lunga e lenta dell’inspirazione) utilizzando il diaframma, cioè immaginando di riempire un “palloncino” nella pancia quando si inspira e di sgonfiarlo quando si espira. Potete trovare agevolmente su internet molti siti che spiegano come farla. Su youtube ci sono molte video guide sull’argomento; ne ho trovata una di una personal-trainer che secondo me spiega in modo chiaro la tecnica: vi metto qui di seguito il link (non ho nessun interesse economico o professionale mettendovi questo link, lo faccio solo per agevolare il lettore del mio blog, ovviamente come ho scritto sopra esistono molti altri video e guide che comunque vi consiglio di guardare)
Consigli pratici per gestire la rabbia
Ecco alcune strategie concrete, applicabili nella vita quotidiana, per gestire la rabbia in modo efficace e costruttivo.
Fermati e respira: quando senti che la rabbia sta salendo, concediti una pausa. Fai tre respiri profondi e lenti. Questo semplice gesto riduce l’attivazione fisiologica e ti aiuta a non agire d’impulso.
Riconosci e dai un nome alla tua emozione: dire a te stesso: “Sto provando rabbia” è già un passo importante. Dare un nome all’emozione aiuta a prenderne le distanze e a ridurre la sua intensità.
Usa il corpo per scaricare la tensione: Cammina, fai attività fisica, sgranchisci le spalle: la rabbia è energia, e il corpo ha bisogno di liberarla.
Comunica con assertività: Impara a dire ciò che provi senza aggredire. Usa frasi in prima persona, ad esempio: “Mi sento ferito quando non ascolti la mia opinione” anziché: “Non mi ascolti mai!”.
Individua i tuoi trigger: Tieni un diario emotivo: annota le situazioni che scatenano la tua rabbia. Conoscere i tuoi punti sensibili ti permetterà di prevenirli o gestirli meglio.
Prenditi cura del tuo benessere: Il sonno, l’alimentazione equilibrata e il movimento regolare influenzano il livello di tolleranza allo stress e quindi anche la gestione della rabbia.
Ricorri a tecniche di rilassamento: Yoga, meditazione, training autogeno o mindfulness aiutano a coltivare la calma interiore e a sviluppare maggiore autocontrollo.
Imparare a gestire la rabbia con l’aiuto di uno psicologo
La difficoltà nella gestione della rabbia può avere origini psicologiche più profonde, dovute a conflitti emotivi e relazionali non risolti e schemi mentali appresi in passato e diventati ormai automatici, inconsci. In questo caso è importante rivolgersi ad uno psicologo o uno psicoterapeuta per imparare a capire l’origine della propria rabbia e cercare di superarla, lasciarla andare per vivere così una vita più libera e serena.
Esercito la mia professione di psicologo e psicoterapeuta a Torino presso il mio studio in via sostegno 4. Se hai domande o dubbi puoi scrivermi via email: michele.verrastro@gmail.com oppure chiamami al 3332176670.
Chiunque si occupi della crescita dei bambini, che siano genitori, educatori, psicologi, insegnati di discipline varie sa che non è per nulla facile trovare il modo di fornire i giusti stimoli, offrire sostegno nei momenti di difficoltà della crescita, cercare di aiutarli a diventare individui sani e realizzati. Osservando la nostra società vediamo tutti i giorni che non è facile crescere dei bambini; abbiamo poco tempo e ci sono tanti stimoli diversi da cui a volte è difficile capire quanto sia bene proteggerli e quanto invece incoraggiarli a sperimentare. Le notizie che sentiamo attraverso i telegiornali spesso ci trasmettono paura rispetto al mondo e ci inducono a temere come sia facile incontrare persone in grado di fare del male a chi invece vogliamo proteggere e confortare. Ma che cosa fare allora? Meglio chiudere i nostri piccoli in gabbie dorate e iperproteggerli? Beh come potrete intuire della domanda secondo me la risposta è no. La risposta è no sopratutto per il bene dei nostri piccoli.
Se parliamo di crescita dei bambini non si può non riflettere sulla principale figura di attaccamento che ci condizionerà per tutta la vita: la madre.
Molto spesso nella mia pratica clinica osservo madri che sono troppo “legate” ai propri figli; capita infatti che a causa di insoddisfazioni personali, professionali ed affettive , tante madri riversano completamente le loro attenzioni sui figli, cercando di ottenere da questo rapporto autostima e di colmare il senso di vuoto esistenziale. La cosa peggiore è quando ciò avviene in modo del tutto inconsapevole; capita spesso di sentire frasi come “….mio figlio/a è molto attaccato a me….per ogni cosa che deve fare chiede la mia presenza…” ; in questi casi quindi il problema viene “spostato” sul bambino che avrebbe una “predisposizione naturale” un “carattere” che lo porta ad aver paura di tutto e a chiedere continuamente l’attenzione materna. Ma chiunque per professione si occupa di osservare il comportamento infantile sa che le cose non stanno proprio così: certo esiste un minimo di predisposizione temperamentale (diciamo genetica) in ciascuno di noi che ci rende più o meno facile l’esplorazione dell’ambiente, ma sta al genitore il compito di incoraggiare il bambino a diventare poco alla volta autonomo e sicuro di sè. Ovviamente il genitore non è “colpevole” di questa tendenza all’ iper-protezione perché spesso a sua volta è un individuo ansioso che è stato educato così o che lo è diventato per alcuni eventi della vita e quindi per questo va aiutato e non colpevolizzato.
Ogni madre infatti dovrebbe aiutare i propri figli ad estendere la propria affettività ed attenzioni al mondo esterno e non solo legare il bambino a sè (Adler, 1931). E’ importante che la madre insegni ai propri figli a cooperare, a sviluppare l’attenzione per gli altri, quello che lo psicoanalista A. Adler chiamò il sentimento sociale. Una madre che si occupa anche del suo mondo relazionale, lavorativo, affettivo con dei pari sarà una madre più soddisfatta e di buon senso ed aiuterà i suoi piccoli a sviluppare la capacità di cooperare con gli altri e non li vizierà. I figli diventano viziati quando sono abituati ad avere il mondo intero che si muove in funzione dei loro bisogni; questo fatto li rende incapaci di sviluppare l’empatia verso i bisogni degli altri e gli renderà molto difficile inserirsi correttamente nella società perchè ogni volta che arriverà un “no” ai dei loro bisogni si sentiranno traditi dal mondo ed arrabbiati con esso. Bambini cresciti in questo modo saranno molto probabilmente degli adulti infelici, soli ed incapaci di cooperare.
E’ importante che ogni madre, dopo che è riuscita a costruire un legame affettivo con il figlio/a riesca a spingerlo verso il padre, limitando il più possibile il vissuto di possesso o gelosia. Dopo di che è importante aiutare il bambino a volgere il suo interesse verso altri coetanei: cuginetti, amici di scuola, coetanei. Quindi il compito di ogni madre è difficile perchè deve essere sia il primo e fondamentale essere degno di fiducia per il figlio ma nello stesso tempo incoraggiarlo ad estendere la sua fiducia verso il mondo esterno. Se non riuscirà a fare questo il bambino cercherà sempre il sostegno della madre e tenderà a respingere con paura gli altri, diventerà quindi un bambino viziato nel senso di cercare in tutti i modi di avere focalizzata su di sé l’attenzione della madre. Spesso, ad esempio, la paura del buio è in realtà una scusa per attirare l’attenzione della madre e trovare il modo per averla vicino a sé; soffrirà ogni volta che viene separato dalla madre, avrà difficoltà a giocare con altri coetanei se questo comporta allontanarsi dalla madre, diventando il “cocco di mamma” sempre debole ed incapace di difendersi oppure avrà scoppi d’ira quando le cose non vanno come lui/lei vorrebbe. Dobbiamo essere coscienti che i bambini diventano molto bravi a capire come far sentire in colpa i genitori per poter così avere un controllo su di loro ed averli a disposizione ogni volta che lo desiderano.
E i padri? Qual’è il loro compito?
Sintetizzando possiamo dire che il ruolo paterno è soprattutto quello di cooperare; il padre deve accettare la centralità del ruolo materno almeno nei primi periodi della vita e aiutarla a incoraggiare il bambino ad aprirsi al mondo. Il rapporto paterno rappresenta il primo rapporto “sociale” del bambino ed è fondamentale per superare la “fusione” con la madre, necessaria all’inizio ma assolutamente da superare.
La coppia genitoriale rappresenta anche il primo esempio di collaborazione per il bambino; è qui che il bambino può osservare la capacità adulta di mettere da parte i propri bisogni per il bene dell’altro e della coppia, il benessere comune al di sopra di quello individuale, ovviamente tutto ciò con equilibrio e buon senso.
E’ importante che le famiglie non siano lasciate sole in tutto questo. Infatti la spinta verso l’autonomia e la cooperazione crea bambini sereni che diverranno adulti felici e capaci di contribuire al benessere della società. Di certo la scuola deve sempre più occuparsi di queste tematiche e non tanto puntare a distribuire nozioni e informazioni ai nostri bambini.
Anche le Arti Terapie possono dare un forte contributo. In particolare la #musicoterapia attiva con l’utilizzo di strumenti musicali che stimolano la libera espressione e l’applicazione di essa in gruppo può funzionare proprio come facilitatore verso l’autonomia e la condivisione in gruppo di un’esperienza piacevole; provare strumenti musicali differenti che non richiedono una preparazione musicale ma possono essere suonati spontaneamente incoraggia il bambino e sperimentarsi con suoni diversi in un’atmosfera di libertà e creatività , cercando di trovare i suoni da lui preferiti che rispondono così anche al suo stile e caratteristiche. Suonare in gruppo con la facilitazione del conduttore permette di sviluppare le abilità sociali, rispettare l’espressione e i tempi di ciascuno e quindi insegna a sacrificare parte del proprio spazio per il bene del gruppo godendo così del piacere e benefici dati dalla condivisione.
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Sono molti anni ormai che la psicoterapia viene studiata, sia attraverso ricerche ti tipo qualitativo (senza cioè dei dati studiabili statisticamente, ma solo attraverso il report di casi clinici) sia quantitativamente (attraverso strumenti di osservazione statistici applicati ad un campione di soggetti ampio, producendo così dati scientificamente validi).
L’efficacia della psicoterapia individuale è ormai accertata (Gabbard, 2015). Esistono ormai tante ricerche che dimostrano in modo inequivocabile l’efficacia della psicoterapia individuale nel trattare sintomi come ansia o depressione e nel migliorare la qualità di vita (Luborsky et al., 1975; Shedler, 2010; Smith et al., 1980).
Le ricerche in campo biopsicologico hanno recentemente dimostrato che la relazione ed i fattori psicosociali modificano l’espressione genetica (Tienari et al.,2004) e che i trattamenti psicologici influiscono e modificano l’attività cerebrale ( Wykes et al., 2002; Roffman et al., 2005).
Durata della psicoterapia
Molti studi dimostrano l’efficacia di differenti forme di psicoterapia per il trattamento di quasi tutti i disturbi mentali e fisici, confrontandoli con interventi placebo (Heru, 2006).
Il trattamento non deve essere per forza lungo; esistono ormai diverse forme di psicoterapia breve che in poco tempo (da 8 a 15 sedute max) riescono a risolvere sintomi specifici o problemi relazionali. Anche in questo campo ci sono ormai tantissime ricerche che lo dimostrano (Crits-Christoph, 1992; Anderson e Lambert, 1995; Abbass et al., 2006). La differenza di efficacia tra psicoterapie brevi e lunghe sta nella gravità dei sintomi e della durata del disturbo; le terapie lunghe di tipo psicodinamico, ad esempio, sembrano più indicate nei casi gravi e cronici (Leichsenring e Rabung, 2008).
La relazione terapeutica e la fiducia
Il fulcro principale di qualsiasi forma di psicoterapia è la relazione; ecco perché il professionista, psicologo o medico psichiatra, deve essere sufficientemente formato su tutti gli aspetti che concorrono a formare e mantenere una buona relazione; dagli aspetti verbali (ad esempio il tipo di linguaggio utilizzato), a quelli non verbali ( il riconoscimento dei messaggi lanciati dal corpo e l’utilizzo della voce), alla gestione emotiva di se stessi ed al riconoscimento delle emozioni provate dal paziente, allo sviluppo di capacità empatiche e relazionali. Tutto ciò è la base sulla quale poi si inseriscono le conoscenze tecniche di interventi specifici che ogni scuola di psicoterapia propone.
Intervento personalizzato
La ricerca del “senso” del disturbo (es: ansia, panico o depressione) è fondamentale per i nostri pazienti (Barron, 2005) che ci chiedono soprattutto di essere ascoltati, riconosciuti ed incoraggiati nella loro soggettività. Allora una delle maggiori peculiarità dello psicologo-psicoterapeuta sarà quella di costruire un intervento ritagliato sulla specifica persona che ci chiede aiuto, basandosi sulle proprie caratteristiche personologiche ( meccanismi di difesa utilizzati, aspettative e modalità relazionali apprese nel corso della vita, sintomi presentati ecc..) e sui suoi specifici bisogni ( riconoscimento, stima, dipendenza, autonomia ecc…) che solo la formazione specifica da psicologo e da psicoterapeuta può fornire al professionista.
Costi
La psicoterapia è quindi un intervento altamente professionale e come tale ha un costo; tuttavia diverse ricerche dimostrano come aumentare la spesa pubblica e privata in psicoterapia (nell’area dei disturbi mentali e psicosomatici) è un modo in realtà per risparmiare future spese e disagi legati al cronicizzarsi dei sintomi che può portare a diversi tipi di inabilità e patologie croniche che finiscono per pesare sulla società e peggiorare la qualità di vita dei pazienti (Gabbard et al., 1997). Infondo l’obbiettivo principale della psicoterapia è aumentare il benessere sia psicologico che economico dell’individuo.
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I Sogni sono un tesoro inestimabile ed è utile cercare di comprenderne il significato durante un lavoro psicologico, che sia semplice sostegno psicologico o psicoterapia, poiché possono essere d’aiuto allo sviluppo del benessere personale o alla risoluzione di sintomi come ansia e depressione.
Sono un “tesoro personale” perché sono la via diretta al nostro inconscio e se correttamente analizzati, possono aiutarci a sapere chi siamo, realizzarci e risolvere le piccole o grandi sofferenze che ci hanno portato a chiedere aiuto.
L’ interpretazione dei sogni nell’antichità
A quanto sembra i primi tentativi di interpretazione dei sogni risalgono agli arbori dell’umanità; presso le Grotte di Lascaux in Francia è possibile osservare disegni sulle pareti, che risalgono al Paleolitico Superiore (17500 anni fa), raffiguranti scene di caccia o animali che i ricercatori definiscono come raffigurazioni di sogni/fantasie/ricordi.
Per la cultura sumerica (4000 anni fa) il dormire in un luogo sotterraneo avrebbe portato il sognatore più in contatto con la propria interiorità attraverso sogni premonitori.
Nell’antico Egitto i sogni venivano considerati come mezzi fondamentali per prevedere il futuro e antiche pratiche magiche cercavano di generarli nel segnatore. Il “Libro dei Sogni Ieratico” (2052-1778 a.c.) conteneva un elenco dei significati delle immagini oniriche ai fini di una veloce e pratica consultazione.
Nel cultura ebraica antica il sogno veniva considerato come un diretto messaggio di Dio; ad esempio nella Bibbia è riportato il sogno profetico del Faraone che sogna sette vacche grasse e sette magre, chiedendo poi a Giuseppe, ebreo rinchiuso in quel momento in carcere, di interpretarlo.
Nel Talmud, testo sacro per l’ebraismo, il rabbino Ismaele afferma, con estrema modernità, che i sogni in realtà provengono dall’intimità dell’essere umano e portano a espressione, con l’utilizzo di un linguaggio simbolico, aspetti della vita interiore che sono racchiusi nel cuore del sognatore.
La pratica dell’ Oniromanzia (pratica religiosa finalizzata all’interpretazione dei sogni) era diffusa nel mondo antico romano e greco; i sogni venivano letti come messaggi delle divinità, diretti all’uomo per avvertirlo.
I sogni e le neuroscienze
Quante volte ci è capitato di dire: “è un po’ di tempo che non sogno nulla!”, oppure “ io non ricordo mai i miei sogni, non mi sembra di farne….“. In realtà le neuroscienze hanno dimostrato che tutti sogniamo, almeno un’ora e mezza a notte. La fase del sonno, durante la quale compaiono i sogni, si chiama fase R.E.M. ( Rapid Eyes Movement) o sonno paradosso; è chiamata così perché mentre il corpo è immobile gli occhi si muovono rapidamente e l’attività cerebrale è simile a quella della veglia. Questa fase inizia circa 70/90 minuti dopo l’addormentamento e si ripete ogni 90 minuti. In queste fasi il cervello consuma più ossigeno di quello necessario da svegli se si è impegnati a risolvere un difficile problema matematico. L’80% delle persone risvegliate in fase r.e.m. riferisce sogni (si scende al 40% se svegliati nelle fasi non r.e.m.). Al risveglio di solito ci si ricorda di una minima parte dei sogni, solitamente la più recente. In generale ognuno di noi passa 6 anni di vita a sognare!!
Ma perché sogniamo? Le neuroscienze hanno prodotto diverse risposte a partire dagli anni ’50 in poi. In primo luogo sembra che sognare sia necessario al cervello, infatti in alcuni esperimenti è stato osservato che se viene impedito di farlo, attraverso risvegli forzati, poi tendiamo a sognare di più se veniamo lasciati liberi di dormire. Probabilmente il sogno è un modo che usa il cervello per imparare: infatti le informazioni registrate durante la giornata passano dalla memoria esplicita (cosciente) a quella procedurale (inconscia), quindi vengono immagazzinate e rese disponibili per il futuro. Inoltre hanno la funzione di sistematizzare i ricordi e le esperienze emotivo/sensoriali e quindi di rielaborarle al fine di garantire un miglior equilibrio mentale; se ad esempio durante la giornata c’è stato un evento che ci ha entusiasmati o spaventati, durante la notte la nostra mente cerca di rielaborare e dare senso a quell’evento.
Il contributo della Psicoanalisi
Nell’era moderna fu Sigmund Freud, medico e padre della psicoanalisi, ad occuparsi dei sogni. Dopo aver scoperto il ruolo fondamentale della parte inconscia della mente nel determinare le nostre scelte apparentemente coscienti, Freud si accorse che i sogni (insieme a lapsus ed agli atti mancati) rappresentavano una porta d’accesso alla nostra interiorità. E’ del 1899 lo storico libro “L’interpretazione dei sogni”, dove Freud introduce la dimensione simbolica del sogno: i sogni diventano espressione di desideri rimossi e allontanati dalla coscienza (perché ritenuti moralmente sbagliati), espressione di pulsioni sessuali ed aggressive che vengono censurate dalla nostra mente cosciente.
I sogni possiedono un contenuto manifesto, caratterizzato dalle immagini che il sognatore ricorda appena sveglio (es: i personaggi, gli ambienti, le azioni che avvengono) ed un contenuto latente, cioè i pensieri/desideri inconsci e rimossi che spingono per arrivare alla coscienza e che la nostra mente trasforma e camuffa attraverso il sogno perché il nostro “censore interno” (il Super-Io) ritiene indegni o sbagliati. Ecco che allora il sogno diventa per Freud come un rebus da risolvere, poiché il reale significato del sogno è nascosto, camuffato da immagini di cui bisogna riuscire a capire il significato simbolico.
I sogni quindi diventano uno strumento terapeutico, poiché attraverso di essi è possibile aiutare il soggetto a superare ingiustificati divieti e sensi di colpa trasmessi dall’educazione o dalla società. Il lavoro sui sogni diventa quindi un modo per capire veramente chi siamo, verso una piena realizzazione ed espressione di sé.
Dopo Freud altri eminenti personaggi della psicoanalisi si sono dedicati allo studio dei sogni e all’interpretazione dei loro significati, in particolare Carl Gustav Jung ( il padre della Psicologia Analitica) che vede i sogni come espressione di un inconscio collettivo (che si va ad aggiungere alla visione più soggettiva dell’inconscio proposta da Freud) con un patrimonio di immagini e simboli primitivi, primordiali e collettivi, definiti Archetipi. Essi sono portatori di un sapere antico, profondo capace di trasmettere saggezza ed energia; ecco perché nell’interpretazione dei sogni è importante cercare legami con miti, leggende e racconti patrimonio dell’umanità.
La psicoanalista Marie-Louise Von Franz (che fu per 30 anni collaboratrice di Jung) durante la sua carriera ha studiato ed interpretato più di 65.000 sogni; arriva così alla conclusione che il sogno è un tentativo di auto-guarigione della psiche perché ci indica il senso da seguire nella vita per realizzarci, individualizzarci, esprimere al massimo il nostro potenziale. Il sogno favorisce l’incontro con la nostra Ombra, cioè quella parte “nascosta” di noi stessi che è necessario scoprire ed accogliere per la nostra piena realizzazione; ad esempio a volte nei sogni la nostra parte Ombra può apparire con un personaggio brutto, rozzo, molto primitivo. Infatti nella nostra vita cosciente la cultura e l’educazione ci ha costretto ad indossare molte maschere e ad allontanarci dalla spontaneità; è proprio l’eccesso di perfezionismo che allontana l’Ombra.
Anche se non è possibile costruire un “dizionario dei sogni” (e quindi non conviene prendere sul serio quelli esistenti) poiché il significato è soggettivo e deve essere letto all’interno della storia e del percorso del singolo soggetto, tuttavia è possibile individuare alcune immagini tipiche presenti nei sogni ed il loro significato; ad esempio sognare mostri che ci inseguono o divorano, spesso significa che abbiamo delle parti nascoste del nostro Sé di cui non vogliamo sapere nulla e che si presentano nei sogni proprio perché vorrebbero farsi conoscere. Può capitare di sognare di ridare l’esame di maturità, che simbolicamente rappresenta il passaggio dall’adolescenza alla maturità; per alcuni è un sogno ricorrente che si può manifestare nei momenti di passaggio della vita dove c’è bisogno di cambiamenti che magari fatichiamo a realizzare. Sognare di cadere nel vuoto, associato ad una forte sensazione di paura, può indicare il timore dei propri istinti, di lasciarsi andare e mollare l’eccessivo controllo.
Come utilizzare i sogni nella nostra vita
Può capitare per un certo periodo della vita di non riuscire a ricordare i propri sogni. Spesso è dovuto semplicemente al fatto di aver perso l’abitudine a focalizzare l’attenzione e l’ascolto su questa dimensione della nostra vita psichica. Per riprendere a ricordarli Marie-Louise von Franz propone un semplice rito prima di andare a dormire: ogni notte prima di coricarsi bisogna chiedersi: “cosa sognerò stanotte?”. Basta porsi questa domanda per riattivare in noi l’attenzione verso il mondo onirico. Una buona abitudine è quella di lasciare vicino al letto carta e penna e al nostro risveglio segnare tutto quello che ci viene in mente dei sogni fatti, annotando le sensazioni e le emozioni provate durante il sogno. Non è necessario ragionarci troppo, ma è meglio lasciar fluire queste immagini dentro di noi durante il giorno e vedere se ci tornano in mente durante momenti specifici della nostra giornata; infatti se il sogna porta con sé un messaggio significativo prima o poi si rivelerà alla nostra coscienza, lo capiremo da soli.
Se invece il sogno vuole esprimere dei nostri nodi particolarmente problematici, ed avviene in un periodo della vita in cui sentiamo particolarmente ansiosi o depressi allora può essere utile rivolgersi ad un professionista (psicologo o psicoterapeuta) che sappia lavorare sui sogni, poiché rappresenta un’occasione molto preziosa per scoprire chi siamo e per una piena realizzazione di noi stessi.
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